03 maggio 2019

Il Turner Prize dice addio allo sponsor omofobo. Si apre una nuova era di responsabilità?

 

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Un matrimonio durato decisamente poco, quello tra Stagecoach e Turner Prize, che si separano a poche ore dall’annuncio della partnership. La società di trasporti inglese, infatti, è presieduta da Brian Souter, tristemente noto per le sue posizioni oscurantiste sui diritti LGBT e la notizia dell’accordo commerciale, trapelata mercoledì, nel corso della cerimonia di presentazione della shortlist dei quattro finalisti presso la sede della Turner Contemporary di Margate, non ha mancato di suscitare accesissime critiche. 
Peter Tatchell, attivista per i diritti gay, ha espresso sorpresa e disappunto, considerando l’aperto appoggio di Souter alla famigerata legge 28, conosciuta anche come “legge anti-gay”, in difesa della cosiddetta “famiglia tradizionale”. «Sicuramente si troveranno altri potenziali sponsor meno coinvolti. Le arti sono una professione LGBT-friendly e non dovrebbero essere colluse con aziende i cui capi supportano la discriminazione omofobica», ha dichiarato Tatchell al Guardian. In preparazione era anche una lettera aperta, firmata dagli artisti e dai vincitori delle precedenti edizioni del Turner Prize ma, per evitare ulteriori discussioni che avrebbero potuto incrinare la reputazione del premio, i board delle due società hanno deciso di interrompere subito i rapporti. Insomma, pare che la credibilità sia finalmente diventata un valore rilevante. «La nostra priorità è mostrare e celebrare gli artisti e il loro lavoro. Il Turner Prize valorizza la libertà creativa della comunità delle arti visive e di tutta la società. Di comune accordo, abbiamo inteso di non procedere con la sponsorizzazione di Stagecoach South East per quest’anno», hanno dichiarato dalla Tate, l’istituzione che organizza e promuove il premio, considerato tra i più influenti nell’ambito dell’arte contemporanea. «Stagecoach ha deciso di non procedere con la sponsorizzazione. Siamo assolutamente favorevoli alla diversità nella nostra compagnia ma non vogliamo dare occasione di distrazione agli artisti del Turner Prize e al loro lavoro», si legge in una nota diffusa dall’azienda. 
In effetti, sui media internazionali aveva fatto più scalpore la partnership incriminata che i nomi dei finalisti che, lo ricordiamo, quest’anno sono Lawrence Abu Hamdan, Helen Cammock, Tai Shani e Oscar Murillo, una shortlist bene assortita e, oltretutto, particolarmente impegnata proprio nell’ambito dei diritti civili. 
Quel che è certo è che, dopo la battaglia senza quartiere di Nan Goldin contro la Purdue Pharma, società farmaceutica produttrice di farmaci oppiacei, e la famiglia Sackler, che ha portato alla rescissione dei contratti di sponsorizzazione tra la National Portrait Gallery di Londra e il Sackler Trust, la sponsorizzazione privata delle istituzioni culturali diventerà un’arte difficile oppure, meglio, responsabile. Forse è presto per parlare di nuova era ma il piano sembra avere assunto una nuova inclinazione.

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