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La Capri rivoluzionaria di Mario Martone arriva al cinema, tra proto-hippie e utopie

di - 17 Dicembre 2018
Arriva nelle sale, il prossimo 20 dicembre, l’ultimo film di Mario Martone, Capri-Revolution. Dopo il successo alla 75ma Mostra del cinema di Venezia, Martone porta al cinema un lavoro che sembra concludere una trilogia che, iniziata con Noi credevamo e proseguita con Il giovane favoloso, è stata pensata quasi a posteriori e in cui a fare da filo rosso è l’idea di movimento. A rendere esplicito il riferimento è lo stesso Martone che, durante la conferenza stampa di presentazione a Roma, ha posto l’attenzione su come, in tutti e tre i film, i personaggi si muovano non solo come figure individuali, ma anche come parte di quella catena umana di cui parla Giacomo Leopardi. Un affresco della Capri all’alba della prima guerra mondiale che, tuttavia, vuole essere un ritratto estremamente contemporaneo, dove il desiderio di libertà e dell’accettazione del diverso è all’ordine del giorno. Protagonista è una giovane donna, interpretata magnificamente da Marianna Fontana, alla ricerca della propria forma di libertà.
Nata in una famiglia tradizionalista, immobile e statica, la protagonista, Lucia, viene attratta dal lato oscuro di Capri, metaforicamente collocato “al di là della montagna”, una comune di proto-hippie che fa del movimento il suo esistere: danze orgiastiche, amore poligamo, libertà sessuale e intellettuale. Un mondo oscuro quanto affascinante per Lucia che la spingerà, infatti, a tentare di cercare il suo posto all’interno della Comune. Un film che pone alla base l’idea di movimento e l’idea di libertà, moto e stasi in conflitto tra loro e mai banalizzati, compare, infatti, in entrambi i mondi l’eccezione, l’errore: da un lato la madre di Lucia, soggetta alle leggi della famiglia che, tuttavia, silenziosamente, appoggia il desiderio di libertà della protagonista e, dall’altro, un analista utopista, che porta agli estremi i suoi ideali e con essi il principio del movimento, tanto da bloccarlo. Un desiderio di libertà che non viene banalizzato soprattutto perché Martone sceglie di mettere davanti agli occhi di Lucia la forma più canonica di libertà, fatta di ozio e corpi nudi, e lei, se pur stimolata, capisce che non è quella la forma di libertà che le è più propria, proponendo l’elemento di diversità anche all’interno di quello che già viene proposto come canonicamente diverso. Lucia, infatti, non si ferma, continua a muoversi verso un futuro che allo spettatore viene proposto come ignoto ma che può immaginare con grande fiducia, una fiducia riposta nei confronti della storia della protagonista, che si plasma inconsciamente anche nei confronti della propria. (Serena Schioppa)

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