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La cena, indigesta, preparata da Santiago Sierra per Milano. Tra simbologie, rituali e l’orrore dei commensali

di - 16 Settembre 2016
Una svastica levogira, disposta a 45 gradi su un pavimento piastrellato, trasformata in scultura abbeveratoio. Gli spettatori potevano vederla dall’alto, e potevano vedere i protagonisti dell’intervento muoversi accanto ad essa: topi comuni, intenti a bere il latte di soia contenuto nell’oggetto. L’intervento, realizzato dall’artista spagnolo Santiago Sierra, era stato realizzato per il Festival Drodesera e aveva poi trovato un’altra collocazione, destrogira, nel tempio di Karni Mata nel Rajastán, India, celebre luogo dove i topi sono venerati e gli uomini hanno libero accesso senza disturbare i roditori. Un progetto che mette in relazione non solo uno dei simboli più tragicamente celebri della storia, in realtà nato come ben augurante e ora ricollocato nell’idea occidentale che ben conosciamo, ma anche la relazione degli uomini con gli animali, la storia, la paura, la percezione differente a diverse latitudini.
Perché questa introduzione? Perché Sierra, ieri sera da Prometeo Gallery a Milano proprio per presentare il video L’abbeveratoio, ha alzato il tiro. Dietro il comunicato stampa che spiegava il progetto un vago accenno alla “cena” post-mostra, momento topico del rituale degli opening: “in occasione dell’inaugurazione della mostra si terrà un evento gastronomico dedicato alla cucina andina”.
E dopo aver visto i topi bere latte sia a Dro, che in India, arrivati di fronte ad una tavola imbandita quasi in penombra per bere un bicchiere di vino e parlare, come solitamente si fa alle inaugurazioni, ecco la sorpresa che a molti ha dato il voltastomaco: nei 13 piatti apparecchiati (vi dice nulla questo numero?) giacevano 13 topi morti stecchiti. E tra gli sguardi pietrificati dall’orrore, dal ripudio al ribrezzo totale, solamente due ragazzi hanno preso coltello e forchetta hanno consumato un boccone, definito “buono, speziato e tenero”.
Esterrefatti? Siete stati “ingannati” un’altra volta dall’apparenza, dal giudizio affrettato. Perché nei piatti di questa installazione non giacevano i corpi di 13 topi, ma di Cuy, ovvero roditori di una particolare specie che vengono usati come cavie per i serpenti, e che nelle Ande sono allevati anche allevati sia come animale domestico, sia come prodotto molto apprezzato nella gastronomia.
Et voilà, un’altra portata su cui riflettere – e riflettere fa decisamente andare i bocconi “di traverso” – è servita. Con il colpo a segno.

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