A cosa serve la democrazia in questi anni ce lo siamo chiesti molte volte, di fronte alle continue notizie di soprusi e abusi di potere di una classe politica che non ha dato scampo all’Italia e per la quale siamo costretti, e forse lo siamo sempre stati, a pagare debiti immani in senso materiale, morale e culturale. Ma allo stesso tempo la democrazia è lo strumento fondamentale per cercare di mettere una falla ai privilegi di pochi eletti – che la democrazia spesso manipolano- per non vedersi libertà fondamentali negate.
E sulla scia dei movimenti di indipendenza dei Paesi del Nord Africa, della mobilitazione degli Indignados spagnoli, delle rivolte greche, del Popolo Viola italiano e del “Se non ora quando?”, oggi alle 19, all’Associazione Civita di Piazza Venezia a Roma – non in un centro sociale né in un luogo particolarmente movimentista (curioso, no?)- si discute proprio di democrazia e della sua sopravvivenza nell’epoca della crisi.
Ripartendo dalle conclusioni delle precedenti conferenze di geopolitica, sulla Primavera araba e la crisi monetaria europea, realizzate in collaborazione con la rivista Limes, i relatori analizzeranno le conseguenze dovute ai timori della recessione e quella che sembra essere la fine del sogno di integrazione, che mina alla base i principi su cui le stesse libertà democratiche europee sono fondate, accentuando le contraddizioni interne al concetto stesso di democrazia.
Lucio Caracciolo, Direttore della rivista di geopolitica italiana Limes, Andrea Aparo, Fisico e Docente del corso di Strategie presso l’Università La Sapienza Roma ed il Politecnico Milano, Alessandro Aresu, co-fondatore de Lo Spazio della Politica, Giornalista de “La nuova Sardegna” e Limes e Andrea Talamonti, Responsabile Progetto Civita per i giovani, analizzeranno le cause che negli stati democratici portano alla disaffezione quotidiana dalla politica. Un argomento che mai come ora riguarda da vicino anche l’arte contemporanea che si sta risvegliando dal torpore e di nuovo in movimento, in marcia con Occupy e Indignados, per ristabilire la democrazia anche della cultura. Terreno minato nello sviluppo o nella ripresa dei Paesi toccati dalla crisi.