Gli appuntamenti de
La Digestion. Musica ascoltata raramente, organizzati dai giovani componenti di Phonurgia, fondata da
Renato Grieco,
Giulio Nocera e
Mimmo Napolitano, continuano a richiamare un pubblico che, ormai, non si raccoglie più nella nicchia. In occasione dei concerti di
Elio Martusciello e
Otomo Yoshihide, lo spazio ospitante, stavolta a
Casa Morra, a Napoli, è stato riempito al punto da costringere molti ascoltatori a godersi le esibizioni dall’esterno. Inoltre, Phonurgia ha arricchito anche il pomeriggio dei più appassionati offrendo la possibilità di partecipare a un incontro con il filosofo
Carlo Serra.
Otomo Yoshihide è un compositore giapponese conosciuto per la sua esperienza con i Ground Zero (rock rumorista) e per la capacità di spaziare dal jazz al noise. Durante l’esibizione, Yoshihide ha deciso di testare la capacità di resistenza del pubblico sin da subito, esordendo con suoni chitarristici che definire ricchi di treble sarebbe un eufemismo. Dopo una prima, lunga fase di questo genere, si sono susseguiti altri momenti di prove di resistenza degli ascoltatori, alternati a interessanti segmenti in cui attraverso suoni campionati veniva proposta una ritmica serrata e accattivante. Nonostante l’indiscussa bravura nel proprio genere, l’impressione complessiva ricordava sonorità simili ai trapani odontoiatrici. Impressione confermata da alcuni fuggitivi in cerca di una musica più accogliente.
Di tutt’altro tipo è stata l’esibizione di Martusciello, compositore di musica sperimentale ed elettronica, che oltre ad esperienze da soliste e con diversi gruppi tra i quali gli Ossatura vanta una formazione di ampio respiro con una certa attenzione anche verso le arti visive. La sua indole da musicista solista non è molto differente da quella di conductor, una veste da lui indossata al Conservatorio napoletano di San Pietro a Majella, dove insegna musica elettronica. La sua performance è stata contraddistinta, anche in questo caso, da una grande disponibilità nei confronti del pubblico che, non a caso, ne ha dato recensioni entusiastiche. Abbiamo colto l’occasione per rivolgergli qualche domanda.
Quanto c’è di pittorico nel tuo lavoro?
«Per me, per i dispositivi tecnologici che ho utilizzato, l’esperienza del suono è sempre coincisa con una configurazione visiva. Una “spettromorfologia”, oltre a esistere come impronta uditiva, si è anche imposta alla mia attenzione come una sinuosa forma a simmetria orizzontale o come una sfumatura di colori che dal giallo gradualmente vira verso il rosso o il blu scuro. Inoltre, considerando i miei studi giovanili legati all’arte e non alla musica, non sono mai riuscito a pensare all’attività sul suono se non come ad un modo di disporre i colori su una tela: masse di colore in contrapposizione o continuità, trasparenze o opacità, tinte vivaci o tenui, tratti orizzontali riposanti o verticalizzazioni veloci e dinamiche, masse lisce o rugose, colori scuri e profondi o chiari e leggeri, movimenti sinuosi o tracciati geometrici».
Che differenze riscontri tra suonare live e comporre per un disco?
«Tra la mia pratica live incentrata sull’improvvisazione radicale, in cui ci si espone di volta in volta a scelte in “tempo reale” che non ammettono ripensamenti, e il lavoro di “composizione su supporto”, tipico della realizzazione di un progetto discografico, la distanza è abissale. La dimensione emotiva della prima è caratterizzata da una profonda vertigine nei confronti del tempo, in particolare in rapporto alla tensione ignota ed enigmatica che si instaura tra il presente e il futuro. Il passato appare qui solo come una sorta di retrogusto. La seconda è invece dominata dalla ragionevole e rassicurante attività di verifica e confronto, che ovviamente offre solo l’illusoria sensazione di dominare maggiormente la voragine del tempo. È anche vero che le premesse per realizzare un live di improvvisazione radicale sono già tutte contenute nell’attività di composizione. Ed è vero anche il contrario. Qui le differenze quasi non esistono». (Ambra Benvenuto)