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La galleria che c’è sempre stata. Si presenta la sede napoletana della Thomas Dane Gallery

di - 22 Gennaio 2018
La nuova sede napoletana della Thomas Dane Gallery, la cui apertura al pubblico è ormai imminente, accoglie con un comodo ambiente centrale, inquadrato da colonne massicce che donano una lieve sfumatura arcana all’atmosfera di antica nobiltà, il cui sentore ancora si respira in un Palazzo Ruffo tirato a lucido. Intorno a questo spazio, disposte a raggiera, le sagome di diverse porte sfidano a compiere una scelta. Cinque di queste portano verso i mondi di Caragh Thuring, Steve Mc Queen, Kelley Walker, Catherine Opie e Bruce Conner. Presumibilmente, le altre apriranno su locali adibiti a uffici e altri servizi.
Prosaico a scriversi ma, tralasciando la suggestione narrativa, una galleria d’arte contemporanea deve considerare anche funzionalità più pratiche. Che nel caso della Thomas Dane Gallery made in via Crispi 69, risulteranno molto piacevoli. Non possono che mettere di buon umore la luce tersa e l’aria vivace che entrano dall’ampia veranda aperta sul lungomare e illusionisticamente prossima al profilo alto e frastagliato di Capri. Questioni di serotonina, vitamina D e ossido nitrico ma bisogna ammettere che c’è un piacere dato dalle peculiari strutture visive, immediatamente estetico e percettivo, più che intellettuale o biologico.
«Abbiamo voluto aprire questa sede a Napoli soprattutto per i nostri artisti, per dargli l’opportunità di lavorare ed esporre qui, per respirare questa atmosfera. Per esempio, Glenn Ligon, al quale dedicheremo la prossima mostra, è già stato qui, proprio in questi giorni», hanno detto Thomas Dane e François Chantala. «Ma questo non vuol dire che esporremo per forza tutti i lavori che realizzeranno qui», hanno precisato, ad allontanare l’etichetta, fin troppo abusata, soprattutto a queste latitudini, di site-specific. Quindi, il dialogo con il contesto non verrà ostinatamente ricercato, o meglio, non si asseconderà quell’obbligo di esplorare la trasversalità del luogo, come se la propria presenza lì dovesse essere giustificata da un fine speciale, straordinario. Un po’ come se questa galleria ci fosse sempre stata, le cose accadranno con naturalezza, se dovessero succedere. «Certo, ci farebbe piacere se si aprissero possibilità di lavorare con il Madre e con gli altri musei. Di solito, anche a Londra collaboriamo con le istituzioni. E non è detto che questa eventualità non possa manifestarsi, anche a breve», ha continuato Dane.
Dunque, fissati i margini dell’operazione, si interpreta coerentemente la mostra inaugurale, che aprirà il 24 gennaio e fa capire come sarà la galleria, che verrà diretta da Federica Sheehan. Uno spazio per molti versi simile a quelli delle altre grandi gallerie partenopee, quasi tutte in abitazioni storicamente connotate, e quindi perfettamente rifinito fin nei minimi particolari, accogliente ma in certo senso non troppo informale, elegante, più post-aristocratico che post-industriale o post-moderno, come d’altra parte è il quartiere di Chiaia.
Potranno esserci proiezioni in ambienti oscurati, come per il film 16mm Running Thunder, di Steve McQuenn, in cui l’immobilità della carcassa di un cavallo, adagiata sui fili ondeggianti di un lussureggiante prato che di quella decomposizione nutrirà i suoi colori, ci ricorda la vanitas del tempo, e come per Easter Morning, ultima opera compiuta da Bruce Conner, prima della scomparsa nel 2008, un onirico close up di immagini che si susseguono, scandite da un ritmo ipnotico. E ci sarà anche luce copiosa, per leggere le immagini, per perdersi nei dettagli somatici delle fotografie che Catherine Opie, a metà anni ’90, ha dedicato ai ritratti da studio, e per percorrere le energetiche gradazioni cromatiche dei dipinti di Caragh Thuring, Night e Day. E il local di cui sopra sarà più interpretato che offerto, come ha fatto Kelley Walker, che per questa mostra ha creato una nuova serie, intervenendo digitalmente e analogicamente sulla iconica fotografia, ingrandita e scomposta, di Andy Warhol e Joseph Beuys che, invitati a Napoli nel 1980 da Lucio Amelio, si fecero ritrarre tra i leoni di piazza dei Martiri. Proprio pochi passi da questa nuova galleria che è già a suo agio e non si sente estranea. (mfs)
In home: Caragh Thuring, Day, 2017
In alto: Thomas Dane Gallery, ph. Credit Amedeo Benestante

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