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La stanza delle meraviglie di Filippo De Pisis apre a Villa Necchi Campiglio di Milano

di - 3 Aprile 2019
A Villa Necchi Campiglio è imperdibile la mostra di sedici opere di Filippo de Pisis (1896-1956) della collezione di Luigi Vittorio Fossati Bellani, raffinato cultore di antiquariato e di ceramiche e di arte moderna, erede di una famiglia di industriali del tessile acquistate per la sua casa a Roma, all’ultimo piano di Palazzo Tittoni, in via Rasella 155.
Dalla sua scomparsa l’appartamento è stato custodito inalterato dal fratello Tullio Fossati Bellani fino alla sua morte, nel 1961. L’esposizione, ideata dal FAI-Fondo Ambiente Italiano, apre oggi al pubblico, fino al 15 settembre, ed è un omaggio al collezionista romano cultore di antiquariato, dell’iconografia di san Sebastiano e delle opere di Michelangelo, che negli anni Trenta diventò il mecenate di Filippo de Pisis. L’esposizione presenta una fedele ricostruzione della sua casa romana grazie a foto e a documenti d’epoca, della stanza dedicata all’artista ferrarese, autodidatta caratterizzato da una estrema libertà del segno e dalla rapidità della rappresentazione.
Oltre ai dipinti di De Pisis, sono esposte la grande Natura morta con sfondo di San Trovaso a Venezia (1935) e Ragazze sedute (1930) di Antonio Antony de Witt, Riposo di Ottone Rosai (1927) e di Alberto Savinio spicca Penelope (1940) che faceva in origine da pendant a La vedova (1931), che però non è in mostra.
Di De Pisis, tra nature morte, vedute urbane, come il dipinto San Nazzaro a Milano (1941), del periodo milanese, con ripresa en plein air, e altri squarci cittadini dalle atmosfere frizzanti, si fissa nella memoria un pesce d’impressionante resa fotografica: La Trinca (1928), un ricordo courbettiano, ispirato al maestro del realismo francese, dai colori e tonalità luminosi e intensi. Tra le opere più riuscite del periodo parigino del pittore ferrarese c’è Il Bacchino (1928), un adolescente nudo maschile incastonato in un paesaggio naturale con fiore in mano, l’antesignano del più noto Nudino su pelle di tigre (1931), poi il dipinto San Sebastiano (1930), che incarna la bellezza giovanile, svelando il tema della caducità della vita e della giovinezza, ricorrente e riconoscibile nel linguaggio struggente di un de Pisis “regista”, dal tratto fulminante e dalla leggendaria sveltezza, che non è sinonimo di superficialità. Da non perdere sono quattro ritratti di “tipi” diversi, acquarelli su carta, Il Marinaio, Il bel tedesco, Il Ragazzo con basco rosso e Globe trotter svedese, degli anni’30, appunti visivi d’incontri amorosi fugaci e intensi.
Una “stanza delle meraviglie” in cui tutto, anche il minimo dettaglio d’arredo, acquista valore e fascino, con opere di qualità che confermano lo stretto rapporto tra il pittore e il collezionista, in una vita “consumata” attraverso le arti e inscenata a Villa Necchi Campiglio, opera architettonica di per sé, dimora storica e museo, costruita tra il 1932 e il 1935, su progetto dell’architetto Piero Portaluppi, nonché sede della collezione di Claudia Gian Ferrari e del padre Ettore. Claudia, esegeta e cultrice di De Pisis, è stata promotrice dell’autenticità dei suoi dipinti, come testimonia l’Associazione per il patrocinio e lo studio del pittore, fondata nel 1993 insieme agli eredi di De Pisis. (Jacqueline Ceresoli)

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