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La tecnologia e noi. Intervista a Francesca Jacobone, a margine del Digital Italy Summit 2017

di - 27 Novembre 2017
Molti protagonisti del mondo imprenditoriale, istituzionale e accademico italiano si sono riuniti a Roma, dal 13 al 15 novembre scorso, per il summit “DIGITAL ITALY SUMMIT 2017”. Attraverso workshop e tavoli di lavoro sono state condivise idee ed esperienze con l’obiettivo di formulare proposte concrete per accelerare la crescita digitale del nostro Paese, migliorare l’efficienza della PA e la qualità della vita, anche culturale, dei cittadini. Tra i partecipanti, c’è stata anche Francesca Jacobone, neo-presidente di Zètema Progetto Cultura, la nota società municipalizzata ammiraglia dei servizi museali capitolini, che abbiamo intervistato sui temi del summit.
Come può svilupparsi la cultura in un mondo sempre più digitale?
«A livello europeo è ormai radicata la consapevolezza che, per rafforzare le economie e avviare un percorso di (ri)crescita, occorra innalzare il livello di competenze della popolazione, a partire da quelle digitali. Puntare “sul digitale” tuttavia non significa trasformare i mezzi di apprendimento o le modalità di accesso al sapere, piuttosto, conoscere i fenomeni in modo nuovo. Si tratta di un vero e proprio cambiamento del processo conoscitivo. Infatti, la competenza digitale è un percorso collettivo in cui ciascuno è parte della conoscenza di tutti e deve per sua natura innescare un effetto rete in cui più conoscenza e innovazione c’è, più se ne rende necessaria. Ed è il contenuto (e, dunque, la competenza) che si avvicina alla persona, e non il contrario. In sintesi, essere “digitalmente” competenti significa essere pronti ad acquisire competenze ogni volta nuove (oggi diversamente ignote rispetto a ieri) e alle quali non è neppure pensabile di poter accedere con gli strumenti di ieri. Se questo passaggio sfugge, se imparare, rinnovando ogni giorno le nostre competenze e rinnovando noi stessi, non diventa lo scopo che accompagna le nostre esistenze (di studenti, di lavoratori, di anziani), il rischio di incorrere in un digital divide generazionale e nazionale e in una marginalizzazione del Paese senza possibilità di ritorno, diventa una possibilità concreta».
Quali sono in concreto, a suo avviso, gli aspetti positivi e quelli negativi di una cultura sempre più digitale?
«L’accrescimento delle competenze e delle abilità degli individui, in primis. E poi l’avanzamento delle conoscenze in campo scientifico e tecnologico. La competenza digitale è il fondamento unico e distintivo che ci consentirà di governare la complessità di questi tempi e di trovare nuove opportunità in uno scenario di cambiamenti, anche tumultuosi, ai quali assistiamo, e di non esserne travolti. Eppure, nonostante il progresso del digitale, le nuove generazioni tendono sempre più a paragonare la cultura a un film da raccontare, anziché a una preziosa esperienza da vivere. In questo senso, sfruttare la digitalizzazione come mezzo per promuovere e incuriosire un pubblico globale e non come fine da esibire e anticipare, sembra rappresentare il break-even di una cultura 2.0, capace di stare al passo con i tempi. Più in generale, già oggi, e ancor più nell’immediato futuro, il nostro valore sociale – e quindi in parte la nostra felicità – dipenderà in modo significativo da oscuri algoritmi che elaboreranno miliardi di dati su di noi e sulle nostre abitudini. Se non vogliamo che questi automatismi influenzino passivamente la nostra vita, ma portino innovazione al sistema paese, dobbiamo essere pronti a misurarci con loro. Dobbiamo essere protagonisti e non vittime di questa enorme e veloce trasformazione: pronti a conoscerla, approfondirla e dominarla».
Al riguardo, cosa pensa delle mostre virtuali? Tomaso Montanari le ha definite il “Mc Donald’s delle mostre”…
«Daniele Malfitana, Direttore dell’Istituto Beni Archeologici e Monumentali del CNR e docente di Archeologia all’Università degli Studi di Catania, ha riportato i risultati di studi recenti: tutti i musei o le aree archeologiche che hanno costruito una politica culturale di promozione e disseminazione dei propri contenuti grazie alle tecnologie digitali hanno ottenuto ampi successi in termini di affluenza. Avere l’utente libero di esplorare i modelli 3d da differenti punti di vista, attivando link che conducono a ipertesti con ulteriori fonti, o servendosi di installazioni multimediali, sono alcune tappe di un processo comunicativo destinato ad arricchirsi sempre di più nel tempo e sul campo. Anche un altro interessante esperimento in Friuli ha dimostrato come i sistemi digitali di supporto avanzato riempiano i vuoti, rigenerino e recuperino il capitale culturale e territoriale. Di certo, però, il virtuale applicato ai percorsi espositivi perde di senso se non pone l’attenzione su tre asset fondamentali: conoscenza, valorizzazione e innovazione».
Quale sarà il contributo di Zètema nel prossimo futuro per lo sviluppo della cultura digitale nel nostro Paese?
«Zètema ha un suo ruolo istituzionale. Opera a Roma, una città davvero complessa che, però, può diventare all’avanguardia. Per farlo, però, servono scelte di governance istituzionale in grado di far “vedere la città non come un museo, ma come uno spazio di cultura viva”, citando le parole del Vicesindaco Luca Bergamo in una recente intervista. Ma questo, del resto, lo profetizzò Piranesi rappresentando la Forma Urbis. Bene, Zètema darà il suo contributo utilizzando tutti gli strumenti a disposizione, impegnandosi anche a livello europeo, senza dimenticare i tre asset fondamentali di cui parlavamo prima, conoscenza, valorizzazione e innovazione, con una particolare attenzione alla divulgazione». (Cesare Biasini Selvaggi)

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