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L’arte dei boss e del commercio clandestino. Un fatturato annuo di oltre duecento milioni di euro secondo Legambiente

di - 18 Maggio 2012
Arte e Mafia. Un connubio da milioni. Lo riporta, dati alla mano, il Sole24Ore, ricostruendo un’indagine che parte quasi due anni fa, dal sequestro nella casa milanese del boss Beniamino Zappia di centinaia di tele dal valore inestimabile, da Guttuso a Morandi e Fattori, De Chirico e Dalì, mentre nella residenza dell’uomo in provincia di Agrigento furono sequestrate anfore, crocifissi e dipinti antichi. Una scoperta che la dice lunga anche sull’idea dell’arte: da un lato la collezione “moderna” per il covo al nord, dall’altro il “classico” nella terra natìa.
Fatto sta che il sequestro e le vicende legate a questi ritrovamenti non sono ancora finiti, perché ovunque si guardi, c’è dell’arte. Trafugata, rubata e rivenduta. O conservata gelosamente come status symbol di potere e gusto. Ovviamente di un gusto che nulla ha a che vedere con il collezionismo, e che infatti si rifà ai grandi classici, molto spesso figurativi, del primo Novecento, del Ritorno all’ordine, della Metafisica. Gioacchino Campolo, imprenditore di Reggio Calabria, di tele ne aveva centosette. Anche qui Picasso, De Chirico, Dalì, Guttuso, Ligabue e Sironi, tra tanti altri. Ma non tutte erano in casa, anzi, molte erano conservate nel caveau della Banca d’Italia di Reggio.
Secondo l’ultima stima di Legambiente relativa al 2010, il fatturato del mercato mafioso delle opere d’arte frutta annualmente 216 milioni di euro. E se al nord qualche mese fa il Nucleo dei Carabinieri per il Patrimonio artistico dichiarava che anche i furti d’arte avevano subito una crisi e un calo non indifferente negli ultimi anni, Legambiente rilancia con un totale annuo di quasi mille furti d’arte, solo su territorio italiano. Tre al giorno circa, più 20mila oggetti di valore e oltre mille indagati.
E poi c’è l’arte che diventa una sorta di “atto di redenzione”, come è avvenuto per il boss di Cosa Nostra Gaspare Mutolo, pentito che cominciò a dipingere nel 1987, mentre era rinchiuso nel carcere dell’Ucciardone di Palermo. E nonostante qui si parli di riscatto o quantomeno di arte come attività “sociale”, quello che continua a fare impressione è la facilità con cui si possa, in qualsiasi modo, continuare a depredare l’Italia dai suoi tesori collettivi, compresi quelli contenuti in biblioteche storiche, leggi “Girolamini” di Napoli, dove negli ultimi anni, a causa dell’incuria, sono spariti centinaia di volumi preziosi.

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