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Le stazioni dell’arte contemporanea. Il FRAC lancia la sua campagna culturale, in collaborazione con SNCF, in oltre trenta scali francesi

di - 9 Giugno 2013
Vi aspettereste mai di vedere arte in una stazione dei treni? Certo, la pratica è sempre più diffusa, anche se ultimamente si è spesso sentito parlare di “arte negli aeroporti”, dal LAX di Los Angeles al Charles De Gaulle di Parigi, con la galleria dedicata a Rodin, fino a pochi giorni fa, con l’annuncio del posizionamento dei Sette Savi di Melotti restaurati a Malpensa. Eppure ancora la Francia, ha lanciato in questi giorni il suo primo appuntamento con l’arte contemporanea in una trentina di stazioni SNCF del suolo nazionale, partendo da Digione, dove fino a settembre sarà in mostra una scultura di Sofia Taboas, artista messicana, e due video di Hiraki Sawa, giapponese, trasmessi in stazione. Domani invece aprirà le porte la stazione di Besançon, con un’opera di Bertrand Lavier, mentre per il 13 giugno a Marsiglia, stazione di St.Charles e Aix en provence arriveranno Stefano Arienti, Suzanne Lafont e Laurent Perbos. Ma non è finita: dai primi di settembre e fino al prossimo 31 dicembre ci sarà un’altra tranche di installazioni-in-stazione, che prenderà sottobraccio gli scali di altre 13 città in tutta la Francia. Il progetto, intitolato “30 gares 30 ans d’art” non ha le tre decine come numero casuale, ma festeggia il compleanno del FRAC, Fondo Regionale per l’Arte Contemporanea che in concomitanza con gares-connexion, da nord a sud, ha deciso di rendere “più luoghi” gli ex non-luoghi di transito, radunando i giovani artisti o i più rappresentativi per uno slogan che suona come “La stazione è l’unione della città con il territorio, una nuova piazza pubblica”. Au cœur de l’imaginaire e de l’émotion.

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  • Quello che mi dispiace veramente della vostra newsletter è che articoli di questo tipo non siano firmati.Senza valorizzare i vostri giornalisti, difficilmente diventerete una grande rivista.

  • Cara Catherine, le news sono fatte da Matteo Bergamini, tranne quelle che recano la firma di altri collaboratori. Temo siano altri, semmai, i problemi per diventare una grande rivista o meno, che non mettere ogni volta la firma o la sigla di Matteo. Grazie del commento, comunque, che è occasione per chiarire quello che dal colophon e da altre fonti immaginavo fosse già evidente da tempo.

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