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L’orizzonte visto dal robot al mio fianco. Da Kiki Smith ai Daft Punk, la Biennale di Vienna immagina scenari postumani. E molto attuali

di - 7 Maggio 2017
Potrebbero essere molto vicini a noi, anche in questo stesso momento. E non ce accorgeremmo. A meno di non avere l’attrezzatura per effettuare al volo un Test dell’Empatia Voight-Kampff, tanto caro all’agente Deckard. Sembra infatti che tutti gli sforzi in materia di robotica puntino alla verosimiglianza, non si capisce se per mancanza di immaginazione o per un discorso di pubblica utilità. In ogni caso, se questo fatto provoca una certa apprensione e alcuni dilemmi etici, dovremo trovare il modo di risolverli, perché, come ci suggerisce il titolo della Biennale di Vienna 2017, i robot, sia nella declinazione ibrida del cyborg che in quella pura dell’automa, “sono il nostro futuro” ed è complessissima l’architettura di conoscenze che regge questa aspirazione al postumano, ormai molto reale, ben più che utopia o distopia. Di tale scienza multidisciplinare, che abbraccia praticamente tutti i campi dello scibile umano, dalla meccanica alla biologia, dalla filosofia al design, renderà conto la manifestazione che si svolgerà nella città austriaca dal 21 giugno al primo ottobre.
Già la scorsa edizione proponeva scenari interdisciplinari e propositivi, facendo dell’incontro tra l’arte e le sue applicazioni un metodo di lavoro, al motto di “Ideas for Change”. Questa volta si mantiene la costante dell’attualmente futuribile e si punta su termine ambiguo, cioè “Arbeit”, quindi “Work” che, nella traduzione italiana, suona magicamente evocativo. Opera (magari d’arte) o lavoro? O tutti e due? Ancora una volta, l’etimologia, scienza antichissima, aiuta a dirimere il dubbio, la parola robotica, usata per la prima volta nel 1920 in un racconto di Karel Čapek, deriva dal ceco robota, cioè lavoro pesante o lavoro forzato.
Le linee guida sono state dettate da un nutrito pool curatoriale, che va da Christoph Thun-Hohenstein, direttore del MAK-Museo austriaco delle arti applicate, ad Anab Jain, docente Università di Arti Applicate di Vienna, e propendono per un saggio compromesso. L’intelligenza artificiale, il lavoro automatizzato, l’internet delle cose, fanno paura perché di questa rivoluzione che ci passa davanti agli occhi e si rende maneggiabile dalle tastiere di tutti, non se ne riescono a comprendere le motivazioni e le direzioni, le cause e gli effetti. L’elaborazione artistica potrebbe fornire le chiavi di lettura giuste, fondamentali per assimilare le potenzialità dei linguaggi messi a disposizione dai nuovi strumenti.
Affascinanti i titoli delle esposizioni, da “Artificial Tears”, in cui tredici artisti, tra i quali Kiki Smith, Aleksandra Domanovic, Cecile B. Evans e Jeremy Shaw, affronteranno l’affascinante tema della singolarità tecnologica, a “Hello Robot”, che analizzerà la convergenza tra uomo e macchina nell’ambito del design e della altre applicazioni, con le partecipazioni eccellenti dei Daft Punk, di Pixar Animation Studios e di George Lucas. Incentrata sull’argomento del lavoro e dei suoi scenari, sarà “Work it, feel it!”, con Apparatus 22 e Danilo Correale, tra gli altri. Ma durante la kermesse, in vari siti espositivi diffusi per la città, ci saranno decine di eventi e circa trecento progettisti, architetti, artisti, che affronteranno le questioni etiche, estetiche e politiche derivanti dalla crescente dominanza delle tecnologie digitali. Provando a immaginare il paesaggio del mondo che ci aspetta. (MFS)
In home: Danilo Correale, No More Sleep No More, 2014/16. Courtesy of the artist and Raucci/Santamaria, Napoli
In alto: Aleksandra Domanovic, Things to Come, 2014 © Aleksandra Domanovic. Courtesy and Tanya Leighton, Berlin

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