Con una lunga intervista al “Giornale” Mario Resca prende il congedo dal posto di Direttore Generale ai Beni Culturali, nomina conferitagli dall’ex Ministro alla cultura Sandro Bondi nel 2009. Tra qualche giorno al suo posto salirà Anna Maria Buzzi, insignita del Premio alla Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1998, come autrice del volume “Il Volontariato per l’Arte”. Dal 2008 è stata Dirigente generale con incarico di consulenza presso il Segretariato generale, docente di Economia della Cultura alla LUMSA di Roma, con all’attivo anche il libro sulle agevolazioni fiscali “Investire in Cultura”, pubblicato nel 2005.
E sul quotidiano di Feltri, l’ex amministratore delegato di McDonald’s Italia, ex presidente di Confimprese, presidente di Italia Zuccheri, cda dell’ENI, del Gruppo Mondadori, di L’Oréal, di RCS, si toglie qualche sassolino. Colpa di una carriera che, afferma Resca, lo portò ad avere subito «tutti contro: sindacati, sovrintendenti, ministeriali, accademici».
Il problema? Pare che non si accetti il fatto che il Patrimonio Culturale oltre ad essere tutelato possa anche essere una sorta di merce da vendere, ai turisti come ai privati. «Non accettavano che si possano far girare le opere d’arte come testimonial della bellezza italiana nel mondo. Non accettavano che qualcuno dentro il ministero usi la parola “marketing”, che per loro è un termine osceno, ma per il resto del mondo è una scienza esatta». E infatti spesso c’era l’indole del promotore nei progetti, come le gratuità nel giorno del proprio compleanno ai musei appartenenti al Mibac, l’entrata di coppia (ma non di fatto) a San Valentino con la formula paga uno entrano due, la gratuità per le donne l’8 marzo e le settimane della cultura e le giornate europee del patrimonio il 29 e 30 settembre.
Un programma che Resca aveva definito come “passatempo”, forse non accorgendosi che la cultura e i musei, nonostante offrano servizi di tutti i generi, compreso il kinderheim estivo, non dovrebbero essere considerati un modo per scacciare il tempo.
«L’Italia ha 440 siti culturali, io ho provato a fare due cose: valorizzarli, cioè farli conoscere, per attirare più pubblico, e renderli più vivibili, offrendo servizi migliori, dalle toilette pulite alle caffetterie e ai ristoranti interni, portando i nostri musei ai livelli di ospitalità del resto del mondo. Perché vergognarsi a considerare il visitatore come un cliente da trattare bene per farlo tornare?».
Forse nulla di male dal numero due al Ministero della cultura, che nei 3 anni di mandato si aspettava una media pari al 6-7 per cento di ingressi in più e invece si è sfiorato un 12 per cento complessivo. «Se aumentano i visitatori, al netto di tante iniziative con entrate gratuite, aumentano anche gli incassi. Quindi più soldi per migliorare i servizi. Quindi più soldi da investire in comunicazione per attrarre altro pubblico. È un circolo virtuoso».
Già, la comunicazione. Più soldi per gestire l’impresa-beni culturali. Parole che in questi mesi sono risuonate a destra e a manca, in tutti gli incontri istituzionali, in sondaggi e in inchieste: perché l’Italia deve ripartire con la cultura, aforisma che ormai suona come un disco rotto. Resca, dal canto suo, ha pensato di aprire i musei italiani a Google e ad esportare il “modello-Italia” con lo spazio Mibac di piazza Tien An Men a Pechino. Per far conoscere al pubblico orientale il nostro Paese, con la speranza che qualcuno passi a visitarlo. Di pubblico italiano e della promozione, a parte la gratuità, non si parla. Ma il cruccio più grande, dichiara Resca al “Giornale”, è stato quello di «Non essere riuscito a rifare le gare per il rinnovo delle concessioni dentro i musei, secondo le regole della libera concorrenza. Avrei voluto, dentro ogni museo, il meglio della ristorazione, il meglio dei servizi di bookshop, il meglio delle guide multimediali. Aumentando l’appeal dei luoghi d’arte. Ecco, qui siamo ancora impantanati nella difesa corporativa, nelle posizioni acquisite, nelle cricche che rifiutano il mercato».
Così come secondo Resca si rifiuta il mercato delle sponsorizzazioni, vedi il caso Colosseo-Della Valle. L’ultima stoccata è per l’ex ministro ai Beni Culturali Giancarlo Galan: «A volte mi chiedo come faccia ad arrivare certa gente in certi posti». E sul suo successore Lorenzo Ornaghi: «L’ho visto quattro volte al Ministero». Il Ministero-ombra, con i Ministri che giocano a nascondino nel buio.