Le dimensioni delle opere sono in scala micro/nanometrica, ossia 1.000 volte e 1.000.000 di volte più piccole di un millimetro. Non sono le farneticazioni di uno scrittore di fantascienza alle prime armi, e neanche le battute di un collezionista che ha riempito tutte le pareti di casa. È l’ultima frontiera dell’arte applicata alla tecnologia. È la Nanoarte , progetto -denominato Paperkut – realizzato dal sudafricano Robin Goode e dall’italiano Alessandro Scali in collaborazione con il Dipartimento di Fisica del Politecnico di Torino. Il superamento di una frontiera, di un confine, di una necessità, quella dell¹arte visibile e percepibile dall¹occhio umano. E che anzi si fonda sul paradosso estetico di esporre opere d¹arte invisibili, ma non per questo inesistenti o irreali. Le prime opere realizzate -ora presentate a Milano in occasione della mostra conclusiva del Premio San Fedele – sono due micro/nanolitografie su campioni metallici di silicio, dalle dimensioni di pochi micron. Vengono presentate in particolari espositori, insieme a una serie di immagini realizzate con il microscopio elettronico a scansione che mostrano a grandi dimensioni ciò che l’occhio umano non può vedere.
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