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New York Art Week/8. “Spring Break” affolla le stanze di Times Square, e diverte

di - 11 Marzo 2018
Nulla a che vedere con Armory, se non in fatto di numero di stand. Nulla a che vedere con la cura di Independent, nonostante qui ogni booth abbia un curatore. Benvenuti a Spring Break, affollatissima fiera creata proprio sulla volontà di mettere in relazione curatori e artisti, che si svolge al 22esimo e 23esimo piano del grattacielo Four Times Square.
Ebbene, a Spring Break troverete di tutto: fotografia, video, collage, stoffe, serigrafie, sculture realizzate con materiali di recupero, disegni, pittura, installazioni, tappetini, cartoline, una paretina dedicata a tutti coloro che vogliono sfogare la propria creatività, plastiche, vetri, ceramiche e tantissimo altro ancora. L’impressione, a costo di passare per reazionari, è quella di un girone infernale, dove tutto contribuisce alla messa in atto di un calderone bulimico in puro stile Made in USA. È divertente ma anche un po’ snervante, districarsi tra le salette riunioni di questo spazio per uffici, ognuna adibita a stand, anche perché pure i corridoi sono usati per presentare opere e operine, con il risultato di una vertigine di sovra-esposizioni, nel vero senso della parola: ogni oggetto in mostra si frappone l’un l’altro, annullando distanze e rendendo impossibile all’atto pratico una fruizione mirata. Un po’ come al supermercato, un po’ come se durante la “pausa di primavera” tutti avessero deciso di svuotare la cantina dell’arte e di portarla qui. Troppo cattivi? Forse. Peccato che, tra le migliaia di “cose”, ben poco si salvi.
Il trend da queste parti? Una leggera prurigine: sono innumerevoli, infatti, i prodotti che parlano di sesso: etero, omo, lesbo…e c’è anche – al 23esimo piano – (Hotel) XX, progetto curatoriale di Indira Cesarine per The Untitled Space che ha riunito un folto gruppo di artiste che hanno lavorato sul concetto della “memoria” di un albergo – verrebbe da dire a ore – che rilascia le proprie memorie (della serie “Ah, se i muri potessero parlare!”). E allora via, con un giradischi a suonare pop-melodico e sensuale di Serie B e pistole per omicidi dal movente passionale, parole indecenti, scatole di preservativi sotto forma di ricami, immagini hot, lingerie, volti ripresi nel momento dell’orgasmo, baci alla francese e chi più ne ha più ne metta, per un immaginario che farebbe impazzire qualsiasi voyeur.
D’altronde il tema (ebbene sì, c’è pure quello) è “Stranger comes to town”. Lo statement? ‹‹L’America è un’intera nazione di stranieri. La fiera esplora le tensioni rivolte “all’altro” attraverso i concetti di migrazione, assimilazione e la natura dell’appartenenza››. Tra i media partner? The Art Newspaper, Vice e Juxtapoz, e lo spazio fornito dall’associazione ChaShaMa. Mica male, insomma, come supporti.
Se avete voglia di guardarla come osservatorio antropologico e di divertirvi un po’, rispetto alla serietà con cui si prendono le altre kermesse, welcome, il biglietto costa 15 dollari. E a giudicare dall’immane fila anche questo è uno dei “place to be”.

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