NADA, acronimo che sta per “New art dealer alliance”, si propone come “il definitivo ente no-profit dedicato alla crescita, al supporto e allo sviluppo delle nuove voci del contemporaneo”. E lo dice a chiare lettere non solo come organizzazione (New York based), ma anche stampando la propria mission all’ingresso del Pier 34, sede di Basketball city, al 255 di South Street, nel più profondo Lower Manhattan (siamo infatti proprio sulla baia, di fronte a Brooklyn).
Tra gli stand più interessanti come allestimento c’è The Hole, New York, che si è praticamente avvolto nella plastica, ma anche se l’idea è piacevole le pitture di Rosson Crow, Michael Dotson, Joe Reihsen e Zane Lewis non sono particolarmente convincenti.
Anche da queste parti regna il pop spinto, ma nel mucchio qualcosa di buono c’è. Per esempio da Clages di Colonia, con le fotografie stampate su tela (anzi stendardo) di Anne Pöhlmann. Il riferimento esplicito, almeno visivamente, è a Roy Liechtenstein (il soggetto ritratto è una di quelle stoffe a metà tra lycra e lurex, pailettate, quindi con effetto retino serigrafico), alle pieghe di Chamberlain, all’alluminio colorato di Jeff Koons, ma con una bella delicatezza. Da Alden Projects di New York invece Ten inflammatory essays, litografie di Jenny Holzer firmate tra il 1979 e il 1982, scritture poetiche e politiche che la grande artista fece, all’epoca, stampare anche su una serie di t-shirt portare in giro per Manhattan da una serie di volontari.
Passiamo poi al tricolore, perché a NADA espongono le gallerie romane 1/9 unosunove e Federica Schiavo, e la torinese Luce Gallery, con il solo show del californiano Greg Gong, e la sua riflessione – coloratissima – sulla pittura e la percezione. Isabel Sciamma di 1/9 unosunove è soddisfatta. Ci dice che la fiera, “alliance” appunto per i giovani, mantiene negli anni (è la terza partecipazione della galleria, tra Miami e qui) la freschezza, un po’ come i lavori che si è scelto di portare: quello più politico di Per-Oskar Leu, ispirato dagli episodi di controllo nell’industria del cinema hollywoodiano, con i suoi decaloghi contro la propaganda comunista e la “dittatura” che passava all’epoca negli studios, che indicava come realizzare entertaintment che non contenessero messaggi politici persuasivi “rossi”, e le tele di Jonathan VanDyke, risultato di movimenti performativi di due ballerini a cui l’artista affida un tema: oltre alla fisicità , in questo caso, si ricrea un’altra dimensione del dripping, lanciato in un universo queer, decisamente più presente della vecchia Beat generation. Federica Schiavo invece espone le pitture di Jay Heikes, Mimi Lauter e un pezzo scultoreo Francesco Ardini: soddisfazione, anche in questo caso, e un pubblico – ci dice la gallerista – che appare decisamente interessante e interessato. Mentre chiacchieriamo, infatti, un signore decisamente interessato ad Heikes si avvicina. Noi lasciamo lavorare e voi, se siete a New York, fatevi un bagno di gioventù da queste parti.