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Nomisma e Lum fotografano il mercato dell’arte e ce n’è per tutti. Furbetti compresi |

di - 25 Gennaio 2012
Nelle capitali dell’arte del mercato globale si contano più di 375mila galleristi. Una cifra non male. Peccato però che è il 5 per cento di loro a scambiare più della metà del valore delle vendite. Che vuol dire supergallerie che hanno in mano le redini del mercato. Gli altri, qualificati come micro-imprese, registrano un giro d’affari annuale sotto i 100mila euro, con due o tre impiegati di media.
Arrivano notizie interessanti dall’ultima ricerca condotta dall’Osservatorio sul mercato dei Beni Artistici (OMBA) di Nomisma e Lum, che sarà presentata domenica mattina ad Arte Fiera. Per esempio riguardo gli incrementi del valore delle opere sul lungo periodo, e quindi le relative rendite. Non così eclatanti, come si tende a pensare. A partire dal 1995, l’investimento in opere d’arte scambiate a livello internazionale ha prodotto un rendimento medio annuale del 2,13 per cento. Non tanto se comparato ai tassi di crescita fatti segnare da altri asset d’investimento (2,57 per cento della Borsa statunitense), ma capace di garantire una protezione dall’inflazione lungo tutto il periodo.
Le stranezze non finiscono qui. Perché nell’ultimo lustro, che comprende il “biennio nero” 2008-2009 – il mercato internazionale dell’arte ha garantito un ritorno medio annuale superiore e pari al 2,32 per cento, a fronte di un +1,49 per cento di rendimento medio registrato dai depositi a termine. Se le quotazioni dell’arte sono scese, peggio in effetti hanno fatto le borse.
Ma l’arte non è oro, nel senso che questo rende di più (4,06 per cento secondo la quotazione di New York). Ma meno del contemporaneo, che continua ad essere il settore più in ascesa.
La situazione italiana riserva ulteriori sorprese. E’ stimato quasi 1,4 miliardi di euro nostro il giro d’affari complessivo. Non grandi cifre, insomma, specie se paragonate all’espansione della platea dei Paesi acquirenti, aumentata negli ultimi anni da 28 a 60 soprattutto per l’espansione ad Oriente, dove la sola Cina, Paese nuovo al collezionismo, alla fine degli Zero è arrivata a partecipare agli acquisti con un potere di quasi un miliardo di dollari (fonte Sotheby’s).
In Italia, invece, già nel 2010 il mercato si è contratto dell’1 per cento. E le cose non vanno tanto meglio se si entra nello specifico delle aste, che stanno subendo un notevole processo di ristrutturazione: alla recente chiusura di Finarte, si aggiungono le intenzioni di Sotheby’s e di Christie’s di ridurre l’impegno in Italia licenziando il personale e riducendo il numero delle aste. Eppure il contemporaneo cresce. Così è stato tra il 1995-2011, con un tasso di rendimento medio annuale del 4,6 per cento, ma ha anche dimostrato di reggere meglio il colpo assestato dalla crisi, restituendo agli investitori-collezionisti un +3,39 per cento all’anno a partire dal 2006. Non stupisce quindi che di quel 1,4 miliardi circa il 43 per cento sia occupato dal moderno e contemporaneo.
Ma il giro d’affari è sottostimato, si apprende dalla ricerca. E indovinate perché? Per «una rilevante quota di scambi sommersi», cui si aggiunge «una scarsa attrazione esercitata verso nuovi investitori-collezionisti».
I numeri, insomma, confermano due cose: il nero nell’arte e la necessità di trovare nuove soluzioni per far crescere il collezionismo.

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