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Oggetti per un hotel nomade. Il design arriva a Palazzo dell’Elefante di Galatina

di - 18 Agosto 2018
Da qualche anno il flusso “migratorio” da Nord a Sud è diventato in Puglia un processo inarrestabile. In genere si consolida nell’acquisto di una masseria antica o di un palazzo storico che diventa un buen retiro o un luogo di accoglienza per turisti e viaggiatori. È il caso di Palazzo dell’Elefante della Torre a Galatina, che ospita la mostra “Hotel Nomade Objects”. Da un’idea di Ilaria Bona, organizzata e allestita dai proprietari del palazzo, Antonio Lodovico Scolari e Christian Pizzinini.
Una predilezione per il design italiano anni Cinquanta e la capacità di fare dialogare la struttura del palazzo settecentesco con la contemporaneità. Non è facile, ma la formula adottata dal duo milanese ha il sapore della transitorietà, della non invasione. È il caso degli oggetti dei dodici designer italiani che hanno seguito le suggestioni del libro Hotel Nomade, di Cees Nooteboom (Feltrinelli, 20003), una serie di reportage che coincidono con le stanze di albergo abitate nel corso dei suoi viaggi. La stanza come luogo di sosta e un hotel ideale che le raccoglie tutte. Le prospettive utilizzate nella mostra sono dunque diverse, si tratta di nomadismi reali come nella “Consolle butterfly” progettata da Hannes Peer, realizzata in quarzo indiano da un artigiano di Galatina (Giancarlo Marra). La farfalla è secondo Peer l’animale nomade per eccellenza e ne riassume il biomorfismo nelle forme geometriche della consolle.
Viaggio e racconti nelle lettere del carattere Bodoni di Enrico Benetta che costruisce intrecci di scrittura sul piano concavo di un tavolino. Si tratta di Racconti Nomadi, parole e narrazioni da comporre liberamente a cui lo spettatore può dare un senso oppure decidere di perdersi dentro l’intreccio delle lettere. Accanto al piccolo tavolo che si proietta sul muro è collocata Sybilla, la sedia progettata dallo studio Lunoma di Tommaso Barbiero, Xhakomo Doda e Federico Rodio, interpretazione contemporanea dell’antica “Savonarola”. Evocative di memorie e stratificazioni le Croste di Giovanni Lamorgese, sono maioliche che ingigantiscono vecchie trottole infantili mentre i due Voyagers dai colli allungati di Cosimo Venti due lampade di ceramiche dagli accenni antropomorfi ma prive di un’identità precisa. Lampade a parete anche quelle di Storage, lo studio milanese di architettura e design di Barbara Ghidoni, Marco Donati e Michele Pasini, un’anteprima degli arredi di per Palazzo Luce, Art Hotel di prossima apertura a Lecce. Richiamano la pittura astratta e dialogano in perfetta sintonia con lo stile scelto da Pizzinini e Scolari per Palazzo dell’Elefante.
La lampada di Samer Alameen è un ironico rocchetto di filo nero mentre quella di Christian Pellizzari pende da un soffitto, diffonde una luce intima e crea un effetto boudoir grazie al pizzo nero e alle perline colorate. È uno dei due stilisti intervenuti nel progetto, ha scelto di utilizzare i materiali prediletti mentre Erika Cavallini ha scelto il marmo venato per i suoi vasi gemelli. La leggerezza dell’aria e la fragilità dell’esistenza si ritrova nell’Impronta di vetro di Murano di Michela Cattai, gallerista e designer milanese. Il segno sul vetro è quello del sé e si materializza anche nella qualità delle sfumature dei colori. Il nomadismo geografico si rintraccia nei profili di città e architetture di Mōtus di Giuliano Andrea dell’Uva, il tavolino che riassume con grafia minimale e un melting pot architettonico la sequenza di arcate delle tipiche case capresi, le scale delle masserie di Puglia, le linee dei grattacieli di Milano e il tronco deli antichi Nuraghi sardi.
Gli oggetti sono disposti nelle stanze del palazzo, emergono come tappe e soste, le stesse del libro di Nooteboom. È un modo di interpretare un’abitazione privata come luogo di attraversamento di vite “in viaggio”, cariche di memorie, nostalgie e desideri. Vite che possono essere silenziose e nascoste oppure gioiose e rutilanti come il Caroselle di David Cesaria collocato nell’atrio dove si affrontano un elefante sormontato da una torre (quello dello stemma del palazzo) e un cavallo realizzati con le luminarie utilizzate nelle feste popolari di questa parte del Meridione d’Italia. (Marinilde Giannandrea)

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