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Polemiche: il Kenya “vende” il suo padiglione ad artisti cinesi alla Biennale. E la comunità artistica africana chiede di ritirare la “rappresentazione fraudolenta”

di - 23 Aprile 2015
Manca ormai poco all’inaugurazione della 56esima edizione della Biennale di Venezia e le polemiche non tardano ad arrivare. Anche quest’anno, come già accaduto nel 2013, è il padiglione keniota a far parlare di sé, e proprio in occasione della prima direzione artistica africana della kermesse. Il governo del Kenya è stato infatti accusato di aver svenduto alla Cina la visibilità artistica che secondo alcuni dovrebbe essere riservata agli artisti autoctoni. Già nel 2013 solo due dei dodici artisti del padiglione erano kenioti, suscitando lo sdegno dell’intera  comunità artistica africana, che aveva gridato al neocolonialismo. Come allora anche quest’anno è la Repubblica Popolare a farla da padrone, con ben sei artisti su otto. Addirittura tre di loro, Li Gang, Shi Jinsong, e Qin Feng, non sono mai stati in territorio keniota, scatenando le critiche più aspre.
Il disappunto è stato tale che è stata presentata una petizione per chiedere al Governo di rinunciare alla “rappresentazione fraudolenta” del Kenya alla Biennale di Venezia. Gli artisti scelti infatti non avrebbero nessuna particolare dote creativa e non sarebbero in grado si rappresentare l’arte contemporanea della Nazione in un contesto internazionale. A questo si aggiunge la richiesta di un Padiglione per il 2017 costituito da artisti locali.
Molti del resto speravano che quest’anno, con la curatela del nigeriano Okwui Enwezor, la Biennale sarebbe stata più inclusiva. Purtroppo però per gli artisti kenioti non è stato così. (Giulia Testa)

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  • Ma non è che è un lavoro creativo post-Cattelan, lui più pragmaticamente l'aveva ceduto ad una società di profumi, qui sono rimasti più legati all'idea di arte ...

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