Il 3 maggio c’è stata la cerimonia di apertura della 13ma Biennale di Dakar, al Gran Teatro Nazionale, presieduta dal Capo di Stato, Macky Sall, e dal Ministro della Cultura, Abdou Latif Coulibaly. Sono stati assegnati i premi agli artisti della mostra “Une nouvelle humanité” curata dal Direttore Artistico, Simon Njami, comprendente 75 artisti provenienti per la maggior parte dal continente africano con alcune presenze dalle Americhe e una sola dall’Europa (Belgio), anche se molti degli artisti africani, in realtà, hanno studiato lì e vi vivono tuttora. Il gran premio Léopold Sédar Senghor è stato attribuito all’artista e fotografa del Benin Laeïla Adjovi, il premio dell’UEMOA-Union Economique et Monétaire Ouest Africaine è invece andato all’ivoriano Franck Abd-Bakar Fanny (1970), il premio alla Diversità dell’Organizzazione Internazionale della Francofonia alla marocchina Souad Lahlou, infine, il Premio per l’artista rivelazione al nigeriano Tejuoso Olarenvaju aka Olan (1964).
Mentre la mostra di Simon Njami, invitato per la seconda volta a dirigere la Biennale, si tiene nell’enorme e fatiscente Vecchio Palazzo di Giustizia, quella dei cinque curatori chiamati dal Direttore Artistico si articolano nel moderno Musée Theodore Monod, Musée dell’IFAN. Tra questi, la curatrice marocchina Alya Sebti, con la mostra dal titolo “INVISIBLE”. Tra i nove artisti, si trova l’unica artista italiana della variegata kermesse, Anna Raimondo, con l’installazione sonora Derrière la mere (2018).
Vi sono poi circa 250 eventi e mostre della Biennale OFF e tutto è raggruppato sotto l’egida del titolo dell’intera manifestazione, L’HEURE ROUGE: una citazione da uno di padri della “Negritudine”, Aimé Césaire, dal suo dramma in prosa Et le chiens se taisent/And the dogs were silent, in cui il rosso rappresenta l’emancipazione, la libertà e la responsabilità di una “nuova umanità”, ma è anche il rosso prezioso dell’alchimia, un colore magico, risultato dell’esperienza del possibile…to be continued…(Carmen Lorenzetti)