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Quando i refusé si estesero. Anteprima di “Secessioni”, a Palazzo Roverella di Rovigo

di - 17 Giugno 2017
Per primi, è noto, furono gli Impressionisti con i Salon gli epigoni di un fenomeno che più tardi diventò la voce più eversiva dell’arte ufficiale. Poi arrivano Von Stuck a Monaco, Klimt e Schiele a Vienna, Vachal e Kobliha a Praga ed infine, in Italia, Camillo Innocenti e Roberto Melli. Incompresi, e scartati dalle principali esposizioni nazionali, se non confinati in ridotti spazi espositivi, comunque esclusi dalla cultura visiva in quel momento al potere, forti delle loro convinzioni questi artisti si riunirono in società che cambiarono la storia dell’arte: le Secessioni.
A raccontare questa pagina del Novecento, a Rovigo per la grande mostra autunnale di Palazzo Roverella, arriveranno più di 200 opere tra dipinti, acquerelli e oggetti di design. Molti i prestiti museali di pregio tra cui alcune opere di Gustav Klimt provenienti dalla Fondazione Klimt di Vienna e dal Lentos Museum di Linz, il Lucifero del visionario Von Stuck e il Superuomo (una ceramografia) di Arturo Martini.
Ma non finisce qui perché la mostra si impreziosirà dei mobili di Kolo Moser, di Josef Hoffmann e della manifattura Wiener Werkstaette nonché di libri illustrati dai maggiori grafici secessionisti dell’epoca da Czescka a Kokoschka. L’intera operazione è curata da Francesco Parisi, in collaborazione con Hana Lavrova per Praga, Alessandra Tiddia per Vienna e Horst Ludwig per Monaco, ed è la prima mostra che racchiude uno sguardo europeo tra le quattro più importanti secessioni, superando per prestigio e ricchezza di contenuti e di opere le precedenti.
Non solo dunque per la scelta della linea curatoriale ma anche perché finalmente si occupa delle secessione di Monaco e di quella praghese, da sempre escluse dai cataloghi delle mostre museali. Ognuna delle 4 secessioni e di conseguenza le 4 sezioni hanno una propria caratteristica. Monaco è sicuramente condizionata dall’impressionismo tedesco e dal simbolismo “boeckliniano” di Von Stuck. Piuttosto che sulla pittura, Vienna è incentrata sul decorativismo e le arti applicate. Più esoterica e varia Praga, dove non esistendo un vero e proprio movimento secessionista, gli artisti vengono influenzati sia da Vienna che da Parigi, sia dal simbolismo tedesco che da Munch e Gauguin. A Roma invece, dove la sperimentazione era meno ardita si guardava contemporaneamente al tardo liberty di Noci e Innocenti e alle spinte più avanguardiste di Melli e Pasquarosa.
Solo Berlino e Dresda restano escluse per ragioni di spazio espositivo. Resta a Venezia anche la Giuditta di Klimt ma per altre motivazioni. Per la ricorrenza del centenario della prematura morte di Egon Schiele (1890-1918) dunque l’ossessione dell’arte nordica insieme alla declinazione romana tornano ad accendere i riflettori su un tema caldo: si deve cedere il passo all’innovazione delle nuove generazioni di artisti o ribadire le tradizionali prerogative dell’arte ufficiale? Bisogna affidarsi al nuovo che avanza senza timore di perdere il posto? D’altro canto, se venivano percorse nuove strade, questo succedeva perché i tempi erano maturi e la metamorfosi “kafkiana” di forme, decori e strumenti era ormai inevitabile. Lo sviluppo di nuovi linguaggi e formulazioni inedite trovano spazio in un’epoca in cui l’indagine artistica è attraversata (anzi l’anticipava) dal turbine della scoperta dell’inconscio. Un incidente che ha scardinato per sempre le certezze di molti. Soprattutto di quelli che come Schiele, Klimt o Munch a dispetto del già noto hanno esplorato con la loro opera un campo finora del tutto ignoto e a volte davvero spaventoso. (Anna de Fazio Siciliano)

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