Nell’ambito della mostra dedicata a Fernand Léger, Palazzo Magnani in collaborazione con l’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori e con l’Ordine degli Ingegneri della provincia di Reggio Emilia, ha organizzato l’incontro con l’architetto Mario Botta che oltre ad illustrare, con la proiezione di diapositive, i suoi più recenti progetti realizzati, indagherà il rapporto tra arte e architettura (in particolare l’architettura e Fernand Léger).
Mario Botta può essere considerato uno degli architetti più noti a livello internazionale. Dalle case unifamiliari progettate in Canton Ticino fino al MART (Museo d’arte contemporanea) di Rovereto, lo stile di Botta è inconfondibile: i suoi progetti suscitano interesse e talvolta polemiche (come nel caso dei lavori di ristrutturazione della Scala di Milano). Botta ritiene, senza mezzi termini, che la missione dell’architetto sia etica prima che estetica, ricca di valori umanistici e non riducibile a pura tecnica. “La natura deve essere parte dell’architettura – queste le parole di Botta – così come l’architettura deve essere parte della natura; i due termini sono reciprocamente complementari. L’architettura descrive il progetto dell’uomo, l’organizzazione dello spazio di vita e quindi è un atto di ragione, di pensiero, di lavoro. Proprio per questo è sempre “dialogo” e confronto con la natura”.
Non può sfuggire il fatto che la vicina Accademia di Architettura, sorta per volere di Botta a Mendrisio, nell’ambito dell’Università della Svizzera italiana, propugna da sempre una figura di architetto sensibile alla memoria, attento al rapporto equilibrato tra edifici e ambiente circostante, naturale ed umano, aperto a cogliere le più intime necessità di chi abiterà città ed edifici.
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Il mio lavoro negli ultimi anni ha seguito il tema degli sconfitti. Dare luce a chi è sempre stato nell’ombra.