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Riattivare la bottega con l’arte contemporanea. Tre domande a Matteo Zauli, curatore di Materia Montelupo

di - 30 Novembre 2017
Lorenza Boisi, Chiara Camoni, Maddalena Casadei, Ludovica Gioscia, Michele Guido, Alessandro Roma, Andrea Sala, Francesco Simeti e Nicola Toffolini sono gli artisti che, insieme a Ceramiche d’Arte Ammannati, Ceramica Artistica Bartoloni, Ceramiche d’Arte Dolfi di Ivana Antonini, Terrecotte Corradini & Rinaldi, Ceramiche Artistiche Giglio, La Galleria Nuove Forme d’Arte, Sergio Pilastri, Tuscany Art e Veronica Fabozzo Studio d’Arte, hanno dato corpo a “Materia Montelupo”, nell’omonimo centro fiorentino. A cura di Matteo Zauli, direttore del Museo Carlo Zauli di Faenza, il progetto porta come sottotitolo “Cantieri contemporanei in ceramica” e la mostra che apre il 2 dicembre in Toscana è solo l’ultima parte di un progetto più ampio: una stagione di residenze di progettazione che ha visto giovani artisti italiani lavorare e creare nuove linee di produzione per le botteghe e le aziende ceramiche di Montelupo. Ecco come il curatore ci racconta di questa nuova “materia”.
Con “Materia Montelupo” e le residenze degli artisti avete invertito una tendenza: non è “l’azienda” ad attivare il lavoro creativo, ma è l’arte è rimettere in gioco una realtà economica?
«Esattamente, questo è proprio il punto focale del progetto. In effetti è un’idea che sta sempre alla base di questo genere di esperienze: la presenza dell’artista innesca un susseguirsi di effetti benefici sulla produzione della bottega ceramica. Ma ciò che ho potuto verificare in quindici anni di esperienza diretta e di osservazione di progetti di residenza d’artista nella ceramica, è che questo si realizzava solo parzialmente. Accadeva e accade, cioè, che il ceramista non comprendesse fino in fondo in che modo questo potesse coinvolgerlo. Con questo progetto, invece, abbiamo voluto completare il processo e che l’artista diventasse di fatto “iniettore” intellettuale delle linee e dei processi produttivi specifici della realtà ceramica nella quale è ospitato».
Cito: «L’idea nasce e ruota attorno alla ceramica intesa come presenza della nostra quotidianità più intima: nelle nostre case, sulle nostre tavole, negli angoli della nostra città. Un’idea che interpreta lo storico termine di “circolazione” nella ricerca del più ampio dialogo possibile tra i protagonisti del progetto e gli attori del territorio». Perché proprio a Montelupo, allora, e non in un altro contesto ceramico italiano? Hai trovato affinità con Faenza e le sue dinamiche?
«A Montelupo esiste una fondazione museo che mi ha chiesto espressamente un progetto che potesse servire ai ceramisti del proprio territorio e quindi mi ha da subito stimolato a studiarne le caratteristiche peculiari. La circolazione delle idee che hai citato è un elemento che caratterizza uno dei momenti principali della storia di Montelupo e l’idea di invitare gli artisti a lavorare insieme alle aziende ceramiche su oggetti quotidiani, quasi intimi, deriva direttamente dalla produzione che oggi si fa in questo territorio. Oggetti decorativi ed elementi architettonici per le case spesso molto apprezzati da un pubblico internazionale, specialmente americano. Le affinità che ho trovato ad esempio con Nove, Deruta o Limoges stanno soltanto nella vocazione produttiva, generata da una storica presenza di argille nobili nel territorio, e nel fatto che in ognuno di questi territori si cominci oggi a pensare che la manifattura ceramica sia sempre di più un’opportunità da non perdere nel futuro, piuttosto che un passato da non dimenticare. Detto questo, con stupore e meraviglia ho constatato che ci sono differenze anche molto profonde tra ognuno di questi territori».
Tornando alla prima domanda, pensi che il modello di “Materia Montelupo” possa essere quindi  esportabile in altri contesti? E come?
«Innanzitutto vorrei dirti che il quadro progettuale che abbiamo costruito deriva proprio dalla storia e dalle caratteristiche del luogo. Non potrebbe esistere una Materia Montelupo in un altro territorio perché ogni dettaglio progettuale nasce dalle caratteristiche artistiche, produttive e anche caratteriali delle persone e aziende che lavorano qui… dunque la possibilità che Materia Montelupo possa replicarsi altrove è assolutamente da escludere. Lavorando in diversi territori ceramici mi rendo conto che, a prescindere dai percorsi degli artisti che si invitano in residenza, i progetti seguono binari e traiettorie influenzate dai diversi tipi di “virus” ceramici che si respirano nelle diverse città e che probabilmente sono il risultato di un cocktail di esperienze passate, protagonisti presenti ma anche rapporti di clientela e collezionismo e perfino conformazione geografica del territorio. Ad esempio il lavoro di Francesco Simeti a Montelupo a mio modo di vedere sarebbe percettibilmente diverso da quello realizzato dallo stesso artista a Caltagirone, a Faenza, o a Albisola. Come sai la ceramica è alchimia, è mistero, è natura, è un gioco di infinite corrispondenze».

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