Non è facile la situazione del Castello di Rivoli in questi giorni. Prima è arrivato il saluto di Minoli, con l’annuncio del team Manacorda-Sandretto-Bonito Oliva a scegliere il nuovo direttore, poi è arrivato l’articolo del Fatto Quotidiano, firmato da Carlo Tecce, al quale ieri è arrivata la replica di Beatrice Merz, direttrice del Castello fino all’annuncio della nuova “testa”. E poi da Torino è arrivata una provocazione firmata PD, che non fosse per lo sgangherato clima in cui versano il Paese e i partiti verrebbe piuttosto difficile credere. E invece il consigliere Luca Cassiani, ha riportato un auspicio alla chiusura del Castello. «In questo difficile momento, ha senso incaponirsi su Rivoli? Possiamo permetterci di tenere un Museo che ingoia milioni e restituisce spiccioli? Perché non guardare alle opportunità rappresentate dalle ex-Ogr, nel centro di Torino?». Questa l’infelice uscita, riportata da La Stampa.
Poi l’articolo di Tecce, che definisce l’ex co-direttore Andrea Bellini e Beatrice Merz, «investiti di un’autonomia pari al permesso di spedire gli inviti per le inaugurazioni. Ennesimo artificio per manifestare una salute precaria, se non inesistente» e un’altra infilata di informazioni, tra cui un attacco al sistema didattico, che Beatrice Merz, tirata per la giacca, ha scelto di commentare con una lettera aperta sulla pagina Facebook del museo. «Desidero precisare che il ruolo del direttore non è certo quello di un segretario o passacarte quanto piuttosto, come da codice ICOM “il garante dell’attività del museo nei confronti dell’amministrazione responsabile, della comunità scientifica e dei cittadini. A lui afferisce la piena responsabilità dell’attuazione della missione e delle politiche del museo, della sua gestione, della conservazione, valorizzazione, promozione e godimento pubblico delle collezioni, nonché della ricerca scientifica svolta dal museo. È il responsabile diretto e indiretto delle risorse umane e finanziarie, dell’attuazione delle funzioni del museo e dell’insieme delle sue relazioni interne ed esterne”.
La fiducia dimostratami dal Consiglio di Amministrazione ha consentito di lavorare con profitto in questi anni difficili, portando a casa dei risultati che meritano, mi consenta, di essere analizzati con minore superficialità. Parliamo di numeri, ma di numeri veri e non di quelli interpretati con sufficienza da qualche presidente di commissione.
Negli ultimi tre anni di gestione la mia direzione ha consentito al Museo di contrarre i costi di bilancio del 20 per cento, a fronte di un’attività espositiva forte ad oggi di 21 mostre temporanee -le ultime quasi interamente coperte da contributi, sponsorizzazioni tecniche e dalla passione di molte persone – e 3 riallestimenti completi della collezione permanente».
Oggi, di nuovo a favore di Rivoli, si sono schierati Comune e Regione, con Fulvio Gianaria della Fondazione Crt e Luca Remmert, della Compagnia di San Paolo, che si sono resi portavoce di quello che deve essere un rinnovamento per attività che portino Rivoli di nuovo su un piano più che internazionale.
Per tutti, o quasi, il Castello non si deve toccare. Superfondazione o meno, alleanza non più tra GAM e Rivoli, ma tra Castello e Venaria Reale, poco importa.
«L’obiettivo di fare sistema e sinergie non dovrebbe riguardare solo l’arte contemporanea, ma anche tutto il resto. Rivoli è un asset straordinario del nostro territorio che si riverbera su tutto, gestirlo in maniera più organica è un dovere » è il parere di Evelina Christillin Presidente della Fondazione del Teatro Stabile di Torino e del Museo Egizio.
«Perché non ricordare che Rivoli è quasi l’unico dei musei italiani dedicati al contemporaneo a non aver avuto flessione? Si rendono conto amministratori e giornalisti di cosa significhi mantenere e conservare un luogo storico come il Castello di Rivoli, non propriamente un monolocale ma una superficie complessiva di oltre 10mila metriquadri in parte coperti da affreschi e decorazioni? Valore aggiunto del contenitore al contenuto Museo di arte contemporanea! -continua Merz- Crediamo davvero che in questo modo si possa difendere il sistema della cultura contemporanea nel nostro Paese? O forse che l’Italia ne possa fare a meno… Confrontandomi con i miei collaboratori e con non pochi protagonisti della vita culturale della città, mi sono chiesta se questo sia o meno giornalismo. O non sia invece una forma nemmeno troppo leggera di killeraggio nei confronti di quello che invece dovremmo tutti insieme cercare di difendere: la cultura del contemporaneo, segno del nostro tempo e della sua complessità». Dove sarà il futuro?
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Massimo Bartolini no.