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Tra cliché e provocazione, “La Grande Madre”. Dai social network alla stampa famelica, ecco qualche riflessione sulla mostra-evento

di - 26 Agosto 2015
Donna come soggetto e non più solo come oggetto della rappresentazione, ma anche stavolta il tutto mantiene il curioso paradosso di essere mostrato attraverso immagini scelte da un uomo. Dopo tutte le premesse, le dichiarazioni di intenti, le curiosità, i colpi di scena – come l’assenza taciuta fino all’ultimo di un giustificato Massimiliano Gioni, neo papà che al termine dell’inattesa videoconferenza ci mostra orgoglioso il suo primogenito (tutto torna, nemmeno a farlo apposta!) e una stampa famelica di prima visione ecco, Signore e Signori, “La Grande Madre”, che dopo le presentazioni ufficiali di ieri (e con la nostra intervista al curatore), oggi suscita qualche domanda in più.
Riuscitissimo l’obiettivo documentaristico teso a omaggiare le trasformazioni novecentesche del cliché donna uguale madre, attraverso un corpus immane di circa 400 opere che danno l’idea precisa di un vero e proprio ‘parto’ curatoriale dall’impressionante vastità, che forse talvolta risulta eccessiva a scapito del potenziale dirompente di alcune immagini. Le aspettative, nutrite dalla dichiarazione iniziale di Gioni, di una visione spietata e poco rassicurante del femminile in grado di sovvertire il millenario cliché della grande madre procedono, insomma, un po’ con il freno a mano tirato. Ma non disperate, si è ricompensati da un grande merito attribuibile alla mostra: quello di averci messo di fronte a quell’oscura complessità in cui il senso dell’essere donna e madre si intreccia al senso oltre umano dell’esistere.
E che non si limita a documentare le mutazioni di immagine della maternità nell’arte del Novecento, omaggiando il rassicurante binomio a cui il titolo pare aderire, ma ambisce anche a testimoniare la dura lotta di emancipazione della donna verso un’autorappresentazione aldilà dell’archetipico stereotipo in cui lo sguardo maschile l’aveva da sempre relegata. Ora vedremo come reagirà il pubblico, specie quello del “nutrimento” di Expo, dopo un intero agosto passato a sbirciare il progetto di Fondazione Trussardi dal buco della serratura di social network, anticipazioni, foto di backstage e chi più ne ha più ne metta. (Martina Piumatti)

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  • >>> Massimiliano Gioni copione? 1 mostra sulla Grande Madre creatrice a Venezia nel 2004, gemella prematura - di dieci anni - di quella in corso ora a Palazzo Reale - Milano. Ovvero, quando l'underground arriva per primo. Le ufficiose/ufficiali istituzioni d'arte costituiscono una bolla separata di circuiti blindati e non rappresentano assolutamente l'evoluzione delle idee dell'arte italiana. Il loro è un potere che utilizza come metodo l'omissione di stato invece dell'informazione. Ecco il comunicato stampa della mostra “Matrioske” del 2004 al veneziano Spazio Ponte:
    “La mostra è da leggere come un percorso di immagini poste una nell’altra similmente alle bamboline matrioske, serie di oggetti allineati in una prospettiva che trova punti di fuga all’interno, creando un illusorio scorcio rovesciato.
    Gli oli di Christin rappresentano volti e frammenti di corpi femminili ritratti in pose simmetriche, frontali, costruiti attraverso un uso analitico del dettaglio pittorico. Presenze che il lento procedere della pittura trasforma in mute suggeritrici che invitano lo spettatore ad un incontro di sguardi.
    E’ lo stesso occhio notturno e inquieto che pare generare le sirene di terra, le grandi madri scheletriche di Scarpa Kos.
    Alla matrioska dell’icona-volto-donna ne segue una seconda che frantuma l’identità femminile in un teatrino popolato da gotiche creature intente a inscenare pantomime: la grande madre scheletrica contiene una risata dai molti seni, la sirena anfibia cerca di sollevarsi da terra sbattendo le alette atrofizzate. Eppure nei loro sorrisi ironici ritroviamo la dissacrante nudità del quotidiano.
    Un’altra matrioska è aperta.
    L'intreccio produce rimandi e assonanze: l’iconografia della dea-madre generatrice ma anche possibile distruttrice di ciò che rimane in suo dominio, la mise en abîme di una matrice visiva.
    Il femminile contenitivo che crea e prevede la pluralità dei generi è svolto matrioska dopo matrioska, collocato in sequenza sulle pareti quasi a voler affermare, nella catena logica delle associazioni, una discendenza matrilineare dell’immagine.
    Vernissage mercoledì 22 settembre 2004 ore 22. Dal 22 settembre al 22 ottobre 2004.
    Orario: tutti i giorni tranne la domenica dalle 21.30 alle 23.30 ma a volte l'apertura si protrae fino alle due di notte e oltre”.

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