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Tra gli estremi. Claudio Zecchi ci parla del suo progetto che mette in dialogo arte e territorio

di - 1 Settembre 2018
La ricerca del curatore Claudio Zecchi è incentrata sullo spazio pubblico e sul rapporto tra arte, territorio e comunità. Da settembre 2018, Zecchi curerà la seconda edizione de “Sino alla Fine del Mare, Residenze Artistiche nelle Terre Estreme”, a Gagliano del Capo. La base operativa sarà Lastation, spazio artistico e culturale gestito da Random. La notizia di quest’ultimo progetto è stata occasione per porgli qualche domanda.
Sino alla Fine del Mare è giunto alla sua seconda edizione; che differenze o similitudini tra la prima e quest’ultima iterazione del progetto?
«Questa seconda edizione fa parte di un percorso di Ricerca che Ramdom sta sviluppando dal 2014, con il titolo Indagine sulle Terre Estreme. La prima edizione è stata curata da Paolo Mele (direttore e co-fondatore di Ramdom con Luca Coclite), mentre questa sarà curata da me. Sino alla fine del Mare, titolo adottato anche lo scorso anno, accentua la continuità in termini di ricerca. Quest’anno cercheremo di declinare l’”estremo” come disposizione antropologica rispetto al luogo. Con l’aiuto di professionisti provenienti da discipline diverse – Domenico Lichelli (Education and Public Outreach Specialist, Osservatorio Astrofisico R.P.Feynman e Progetto POLARIS), Aria Spinelli e Maria Pecchioli (Curatrice/ricercatrice indipendente e artista, Radical Intention); Michele Romanelli (Psicologo, Humus Interdisciplinary Residence) e Massimo Carozzi (Artista, Zimmerfrei) – cercheremo di capire come gli artisti invitati, Riccardo Giacconi + Carolina Valecia Caicedo e Lia Cecchin, riusciranno a relazionarsi con gli abitanti. Per fare questo, oltre ai professionisti, gli artisti saranno messi in contatto con associazioni e scuole locali che parteciperanno attivamente alla programmazione delle attività. Lastation funzionerà da polmone del progetto: luogo di ricezione e scambio d’idee con l’esterno ma anche di sedimentazione e confronto. Da qui partiranno le attività che si apriranno al territorio, creando con esso un rapporto osmotico».
Quali sono le criticità di una pratica di residenza che si dispiega in un territorio così fortemente caratterizzato?
«La provincia italiana è un luogo molto interessante. L’Arte Povera, oggi internazionalmente riconosciuta e apprezzata, nasce dalla manifestazione Arte Povera + Azioni Povere, che si tenne ad Amalfi nel 1968. Ma anche molti altri progetti più recenti. La provincia è un luogo da esplorare in termini culturali, sociali ed economici. Essa custodisce ancora la potenzialità (o l’illusione) di poter raggiungere l’intera comunità dei cittadini nella costruzione di una consapevolezza collettiva, nonché la libertà di agire in uno spazio dove prevalgono meccanismi diversi rispetto alle grandi città. La provincia è una grandissima risorsa. Un luogo dove sperimentare nuovi formati e in cui l’impatto sulla comunità potrebbe essere potente. Si tratta quindi di una sfida a lungo termine che Ramdom ha intrapreso dieci anni fa e per la quale è necessaria una visione. Ma soprattutto si tratta di investire sul territorio e instaurare con esso un rapporto di scambio, affinché un’istituzione possa gradualmente essere riconosciuta nella sua funzione istituente».
Cosa ti aspetti dalla relazione tra gli artisti selezionati, “estreanei” alle determinazioni geografiche di Gagliano del Capo, e gli abitanti del luogo?
«Questo è da scoprire e non è ipotizzabile allo stato attuale. Il territorio con le sue comunità è foriero di sorprese e potenziali smentite, soprattutto se l’approccio alla ricerca, come in questo caso, è di tipo empirico. La mia è solo un’indicazione sulla base dell’esperienza dello scorso anno, quando sono stato chiamato a curare un workshop tra i tutors della passata edizione. Bisognerà capire come, in seno a questo percorso di lunga sedimentazione e immagino anche pieno di inciampi, gli artisti, attraverso le loro pratiche, riusciranno a tradurre visivamente l’intero processo nella pubblicazione che sarà, quest’anno, l’oggetto finale della ricerca».
In che modo la tua pratica precedente influisce su Sino alla Fine del Mare?
«Negli ultimi cinque anni, oltre ad aver lavorato in maniera nomade (New York, Nottingham, São Paulo, Tokyo) ho sviluppato una metodologia che muove dalla processualità, approfondendo modalità di tipo discorsivo. La mia pratica come curatore sarà, insieme a quella degli artisti, messa alla prova da quei possibili inciampi che il territorio determina, in un progetto non solo a lungo termine ma con una tradizione ben consolidata. Per questo, cercherò di alimentare la direzione multidisciplinare, spingendo sulla dimensione della ricerca». (Giulia Colletti)
In home: Jacopo Rinaldi, Intervallo, 2017, Courtesy Ramdom
In alto: Romina De Novellis, Arachne, Galatina-Gagliano del Capo (LE), 2018, Curtesy l’Artista e Ramdom, crediti fotografici De Novellis Bordin 2018

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