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“Tra natura e artificio” o della capacità di fondere materiali. Nagasawa secondo Sandro Bongiani

di - 25 Marzo 2018
Era arrivato a Milano alla fine degli anni 60, dopo un avventuroso viaggio in bicicletta attraverso l’Asia, e si era stabilito a Sesto San Giovanni. Prestissimo aveva occupato un posto di primissimo piano nel panorama dell’arte contemporanea. Lo avevo conosciuto alla Biennale di Venezia del 1982 dove esponeva opere di forte impatto e di grande fascino, come Pozzo, eseguito nel 1981 in bronzo e marmo, o la Barca marmorea che fa da base ad un salice caprea pendula.

Una caratteristica importante dello scultore giapponese era di saper facilmente “combinare” i più disparati materiali e farne un’unica cosa e di saper rimanere in bilico su nozioni nettamente contraddittorie, come l’equilibrio e lo squilibrio, l’artificiale e il naturale, la simmetria e l’asimmetria, che rimangono alla base di tutto il suo lavoro.

Nel 1990, con  l’opera Lampo, utilizzando solo quattro tronchi di legno magicamente sospesi nel vuoto di una galleria milanese aveva creato “Tra natura e artificio”, un equilibrio precario di forme in tensione nello spazio; forme “pesanti” che si sentivano senza gravità. Gran parte del lavoro di questo artista va ricondotto a queste ultime ricerche precedenti, dove c’è l’insistente tentativo di annullare la forza di gravità utilizzando il reale peso dei materiali adoperati e facendo sentire le forme “leggere” quasi come delle piume, inoltre, creare uno stato di precario “artificio” che diventa in definitiva reale disagio, ma anche struggente apparizione.

Se ne va un altro importante interprete della scultura italiana legato a Milano da un rapporto profondo e duraturo. (Sandro Bongiani)

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