Non è uno scherzo; ogni anno, e siamo ormai all’ottavo, che Fotografia Europea si affaccia a Reggio Emilia, non si contano le location che tra città e provincia “aderiscono” all’iniziativa sposandone temi e mettendo in piedi un percorso variegato che quest’anno conta quasi 400 mostre, di cui circa 80 in quattro percorsi differenti che rispondono ai temi di “Straniamento”, “fiducia”, “sorpresa” e “visione”. Perché il tema, per questa nuova Fotografia Europea, è “Cambiare. Fotografia e responsabilità”. Un tema attualissimo, come sempre la manifestazione ha messo in atto, sia in occasione del 150enario dell’Unità d’Italia, nell’edizione del 2011, che nella trasognata “Incanto”, dell’anno precedente.
Il cambiamento? Va da sé: «La realtà è in continuo cambiamento ed è sempre più avanti. La fotografia può aiutare il nostro sguardo a cogliere ciò che normalmente non vediamo» ha dichiarato il sindaco Graziano Delrio nell’introdurre la manifestazione, che resterà in scena fino alla metà di giugno. Il parterre di partecipazioni? Mai come quest’anno si guarda all’internazionalità e al genius loci. In che senso? Che se da un lato abbiamo scatti giapponesi, come quelli di Rinko Kawauchi, e le visioni di Philippe Chancel che è tornato in luoghi come Fukushima e Kabul, dopo l’abuso di riflettori mediatici, ci sono anche i “cambiamenti minimi”, se ci è concesso l’uso del termine “minimo” che segnano una comunità, talvolta in maniera indelebile, come nel caso della serie To Belong di Anders Petersen, che torna sui luoghi emiliani colpiti dal terremoto. E poi un caleidoscopio di impressioni, dai sogni di lusso e cattivo gusto dei nuovi ricchi russi, raccontato da Tim Parchikov, alle trasformazioni dell’industria, GD4 PhotoArt e nel coraggio di riportare in vita, attraverso il moderno, una struttura secolare, con Alessandro Rizzi sul Teatro Sociale di Gualtieri, alla Sinagoga, mentre la grande star di questa edizione è senza dubbio Weegee, a Palazzo Magnani. Il suo cambiamento? L’aver riscattato una condizione di povertà, vissuta con la famiglia negli anni ’30 nel Lower East Side, e l’essersi cucito addosso un personaggio in grado di immortalare in presa diretta la vita della metropoli, la bellezza dei suoi contrasti, in una teatralità che spesso ha nascosto la crudezza del disastro umano e sociale.