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Un teatro intimo, per diventare pubblico. Ecco la nuova stagione del “CSS – Teatro Stabile di Innovazione” del Friuli Venezia Giulia, che apre con “Cut, frame and border” di Christiane Jatahy

di - 12 Settembre 2016
È stata presentata al Palamostre di Udine, in una forma intima, inedita e performativa, la nuova stagione del CSS – Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, N46°———E13°, un titolo apparentemente criptico, che indica non solo le coordinate della città che lo ospita, situata a 46 gradi nord e 13 gradi est, quanto un punto di ricongiungimento, di contatto e dunque di relazione — o meglio di relazioni — fra due punti. Queste ultime sono infatti il tema centrale su cui verteranno gli spettacoli in previsione, che andranno a scandagliare le relazioni intime, private, sociali, e infine pubbliche. Ad accoglierci al nostro arrivo è una mappa che indica quattro luoghi significativi del teatro, corrispondenti a loro volta alle quattro tipologie di rapporti sopra indicati. Inevitabile, dunque che per raggiungere il primo, quello più profondo e complesso, sia necessaria l’attesa. Nei camerini si entra infatti ad uno ad uno e a raccontarmi le relazioni intime, trattate da ricci/forte con la Wunderkammer Soap #4-Edoardo II, Constanza Macras, in residenza a Villa Manin, Matja Ferlin, con Sad Sam Lucky, Koreja/Gabriele Vacis con La parola del padre e dalla Compagnia Simone Sframeli con Amore, è una delle direttrici artistiche del Teatro, Luisa Schiratti, che ritroveremo, — dopo una pausa nel retro del palcoscenico —, anche nel contesto privato della sala sotterranea dedicata a Carmelo Bene. Ad attenderci vi è qui una tavola imbandita di bianco. Saremo in poco più di cinque persone e la capotavola ci racconta che i protagonisti di questo momento saranno le favole di Joël Pommerat, messe in scena da Fabrizio Arcuri e i mélanges spesso improvvisati di Ale e Franz, Christine Jatahy (quest’anno a capo anche dell’Ecole des Maîtres) e del trio in residenza a Dialoghi formato da Pierre Bertet, Rie Nakajima e Renato Rinaldi. Si risale poi nel foyer per incontrare prima il ‘sociale’ e confrontarci poi col ‘pubblico’ in Sala Pasolini (altre due sale nella sede ufficiale del Teatro san Giorgio sono state dedicate ad Harold Pinter e Anton Cechov) Protagonisti di queste due tipologie di relazioni, raccontate prima da Rita Maffei (il titolo della stagione è anche il titolo del suo spettacolo), alla quale si aggiungono poi, — oltre ai rappresentati politici che entrano in scena alla fine —, anche Fabrizia Maggi e Luisa Schiratti, saranno per l’appunto N46°———E13°, Teho Teardo&Elio Germano, il Collettivo Internoenki, Fausto Paravidino, Massimo Somaglino e Fabiano Fantini, il Teatro Franco Parenti, Amir Reza Koohestani e ancora il Teatro Mestasio, Agrupación Señor Serrano, Natalino Balasso, Virginia Raffaele, Alessandro Marinuzzi e Arkadi Zaides entrambi in residenza a Villa Manin, per chiudere, il 7 maggio, con i visionari Dewey Dell.
Ad inaugurare la stagione, venerdì 9 settembre, è stato Cut, frame and border, performance della regista brasiliana Christiane Jatahy, quest’anno a capo dell’Ecole des Maîtres che, per la prima volta, apre le porte al pubblico ad un progetto in fieri, seguendo la modalità adottata per i Dialoghi di Villa Manin, a cui è fortemente collegato. Lo spettacolo, realizzato con 16 giovani attori selezionati nei quattro Paesi partner, (nelle foto, courtesy Petrussi Foto Press/ Diego Petrussi) è frutto di nove giorni di lavoro incentrati sull’interrelazione fra dentro e fuori, fra cinema e teatro, attore e spettatore ma, in particolare, fra vita e morte. Fra realtà e finzione. Cut, frame and border, ha tutte le caratteristiche della modernità: è viscoso, frammentato e stratifica tempi ed eventi. È in diretta, apparentemente sotto quel controllo delle telecamere di sicurezza collegate ai tre schermi sul palco. Inizia pertanto all’esterno, per procedere, quasi inosservato  nel foyer, dove tutti noi, sventolandoci impazienti ed accaldati, guardiamo sempre altrove. Cut, frame and border invade spazi, trasforma la realtà in finzione e la finzione in realtà, come quando dalla tv vedi un corpo che si getta nel vuoto o vieni improvvisamente aggredito da uno sparo mentre ceni amabilmente all’aperto, assisti ad un concerto, sei su un aereo o un treno o, — e purtroppo potrei continuare all’infinito —, prendi il sole al mare. Lo spettacolo della Jatahy è lo spettacolo irreale, drammatico e distruttivo della nostra società, dove tutto è controllato ma sempre fuori controllo, nel quale gli attori sono stati invitati a scegliere e a lavorare sulla biografia delle persone morte nel corso degli attentati avvenuti nel mondo negli ultimi 40 anni. È una performance, che già a questo punto del percorso (che la porterà poi ad articolarsi a Roma, Bruxelles, Zagabria, Reims e Caen), si presenta nella sua finitezza e mette in evidenza la grande capacità della regista di gestire e relazionare persone sconosciute, tempi, luoghi e spazi, abbattendo, in modo leggero, ironico, ma al contempo profondo e mai retorico, qualunque tipo di frontiera, innestando in tutti noi il germe della testimonianza e lasciando il tutto aperto ad una libera e diversificata interpretazione. (Eva Comuzzi)

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