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Una “moralizzazione” per ArmaLite. Lo chiede la soprintendente Cristina Acidini, in attesa di qualche comma che tuteli l’immagine delle opere d’arte

di - 12 Marzo 2014
Gli sono stati attaccati prosciutti alle spalle, come uno zainetto, è stato riprodotto su bagni chimici, ed è riprodotto in tutte le salse del kitsch, dai calendari ai ventagli, dai piatti ai foulard. È stato reso fluo e tutto “taggato” da Keith Haring, quando “tag” significava solo “sigla”, e ultimamente ha abbracciato un fucile, grazie all’azienda ArmaLite. Il caso del David armato negli scorsi giorni ha tenuto banco, tra chi ha difeso la “trovata” statunitense e tra chi ha deprecato il gesto, a partire dal Ministro Franceschini e dalla Soprintendente al Polo Museale fiorentino, Cristina Acidi, che oggi pubblica un monito ufficiale sulla vicenda.
«A partire dalla Legge Ronchey fino al più recente “Codice dei Beni Culturali”, la normativa italiana prevede anche che l’utilizzo delle immagini sia autorizzato dopo una attenta valutazione della idoneità della proposta. Gli accostamenti con i prodotti devono essere rispettosi dell’integrità e dignità culturale delle opere, e quindi le immagini non devono essere manipolate e le suggestioni devono essere, per così dire, sostenibili entro una sfera di rispetto dei valori delle opere stesse. A seconda dei casi, quando è interpellata, la Soprintendenza, concede o meno l’autorizzazione, o chiede modifiche. Quando non è interpellata (e succede spesso), se viene a conoscenza di un uso non autorizzato, interviene col soggetto commerciale chiedendo la rimozione di immagini ritenute lesive, o la regolarizzazione a norma di legge se invece gli usi sono ritenuti consoni. Naturalmente nella società dell’immagine è pressoché impossibile che tutto ciò che compare possa venire a conoscenza dei nostri uffici».
La posta in gioco, insomma, è sempre alta, e la questione dei diritti d’autore, anche se qui si parla di storia dell’umanità è sempre dietro l’angolo. Il problema però, ricorda ancora Acidini, è che le opere d’arte planetarie, all’epoca della “riproducibilità 2.0” si sono stabilizzate sull’identità di “pubblico dominio”: «il capolavoro appartiene all’umanità e non all’istituzione che ne è responsabile: sarebbe di conseguenza riproducibile all’infinito, senza richiesta di permessi e senza pagamento di diritti. Non è vero, eppure (…) le armi a nostra disposizione sono spuntate, perché non sono previste sanzioni per chi contravviene: e tanto più fuori d’Italia, nel quadro di una complessa normativa internazionale. Con l’auspicio che una modifica della legge preveda l’inserimento di sanzioni almeno in Italia, la nostra risorsa più efficace resta una moral suasion, che non di rado convince il diretto interessato a non insistere con un’iniziativa che, a fronte di un’attrattiva epidermica e effimera, svilisce il capolavoro originale che è patrimonio dell’umanità», scrive Acidini. Insomma, in realtà nessuna causa e nessun risarcimento si può intentare con la casa d’armi americana. E d’altronde, in effetti, come sarebbe possibile se gli italiani per primi, proprietari di un’icona tra le più universalmente riconosciute, ogni giorno lo utilizzano la sua immagine in maniera non autorizzata «facendogli indossare capi di abbigliamento, occhiali, copricapo, gioielli e quant’altro, non senza maliziosa enfasi sulle parti intime», ricorda la Soprintendente. La palla ora passerà ad ArmaLite, e vedremo se l’azienda “moralizzata” ritirerà la campagna pubblicitaria. Tanto l’effetto sortito, a livello quasi globale, è stato raggiunto.

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