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Un’altra Pietà di Michelangelo o no? Una nuova attribuzione che fa discutere

di - 8 Marzo 2019
Non è dato sapere se la storia raccontata su quest’opera in terracotta corrisponda alla realtà dei fatti: rimane comunque affascinante e non priva di un’intrigante nota romanzesca. Il genio titanico di Michelangelo camuffato, dalle inclemenze del tempo e dell’uomo, così bene da essere scambiato per un manufatto ottocentesco di ambito napoletano. Messa così brutalmente sembrerebbe la solita boutade, frutto magari dell’attività spericolata di qualche mercante senza scrupoli. Eppure diversi indizi conducono realmente al grande Maestro.
Un lungo percorso di studi e ricerche, durato anni, ha permesso di riconoscere, in maniera plausibile, la mano di Michelangelo dietro a una piccola scultura in terracotta ritrovata una ventina di anni fa e raffigurante una Pietà. Michelangelo e la Pietà in terracotta. Studi e documenti / Interventi / Diagnostica è il libro curato da Claudio Crescentini, presentato a Roma, presso la sede dell’Associazione Civita, che raccoglie tutto l’ingente materiale raccolto durante le indagini effettuate per ricostruire la vicenda storicoartistica di questa scultura che fu ritrovata nei dintorni di Imola nel 2002.
L’opera, fortemente adulterata da diversi interventi pittorici, posteriori alla sua creazione, finì sul mercato antiquario come opera napoletana dell’Ottocento, venendo poi acquistata da un collezionista. A seguito del restauro che ha consentito di ripristinare l’aspetto originario, venne ricondotta nella cerchia dello scultore comasco Andrea Bregno, molto attivo sulla scena artistica romana nella seconda metà del Quattrocento. Fu Roy Doliner, anch’esso tra le firme del libro, che dietro questa Pietà, liberata dalle coloriture e dai rimaneggiamenti, riconobbe la mano giovanile di Buonarroti, tanto che fu esposta alla mostra parigina “I Borgia e il loro tempo” del 2015 come attribuita a Michelangelo. Le basi di questa ricostruzione provengono innanzitutto dal laboratorio, grazie alle analisi che stabiliscono la natura quattrocentesca dell’opera e individuano materiali riscontrabili in pochi posti in Italia, tra cui le Alpi Apuane, zona cara agli artisti fiorentini che vi andavano a scegliere i marmi di Carrara.
Dal punto di vista stilistico, gli autori del libro portano come testimonianze la vicinanza tra questo gruppo scultoreo e alcuni disegni di Michelangelo che se da una parte confermano l’assonanza, dall’altra non possono rappresentare un dato definitivo considerando il variegato panorama artistico tosco-romano tra Quattro e Cinquecento.
L’aspetto più interessante di questo libro probabilmente non è tanto la questione, sia pur centrale, dell’attribuzione a Michelangelo o meno, quanto piuttosto l’efficacia del modello di studio proposto: un’indagine multidisciplinare che ha consentito di affiancare la ricerca storico artistica e quella documentaria a quella tecnica del restauro con i relativi esami scientifici. Un approccio rigoroso che consente così di affiancare le insostituibili, ma pur sempre fallaci, intuizioni dell’occhio dello storico dell’arte alla precisione delle indagini diagnostiche. Leggendo il libro, studiando i documenti, guardando le foto, ognuno potrà farsi la sua opinione: rimane però l’enorme curiosità di vedere quest’opera dal vivo, appena tornerà ad essere esposta. L’artista toscano mise in ogni sua impresa il furore creativo, causa ed effetto, allo stesso tempo, della ricerca della bellezza in quanto elemento essenziale di elevazione spirituale: che sia marmo o terracotta, poco importa. Sarebbe comunque Michelangelo. (Luca Liberatoscioli)

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