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Un’opera d’arte concettuale dentro un messaggio promozionale? A Torino un manifesto pubblico misterioso, che rivendica la “complicità tra pubblico e artista”

di - 3 Aprile 2013
Metropolitana di Torino, stazione XVIII Dicembre, una fermata da Porta Susa. C’è un cartellone diverso dagli altri, che attira l’attenzione, e che confonde. Sbucato fuori oggi, non è una reclame, ma recita testuali parole: “Questa che leggete non è una pubblicità, ma un’opera d’arte”. E qui il meccanismo “critico” della mente si inceppa: un’opera d’arte in metropolitana? Su un cartellone pubblicitario? Perché no! Gli addetti ai lavori forse non si stupiranno più di tanto, e invece forse qualche ignoto spettatore resterà stupito dalla potenza del messaggio e dal gap che provoca la parola “arte” in un luogo che di “artistico”, a parte l’architettura asettica della linea metropolitana torinese, non ha granché. Eppure il messaggio indirizzato al lettore prosegue, in maniera poetica, per chiudere poi con la più dissacrante delle dichiarazioni: “Ho pagato questo spazio per entrare nei vostri pensieri per qualche secondo. Voi potrete sempre tirarvela dicendo in giro di aver visto un’opera d’arte concettuale”. Titolo: Sulla complicità tra pubblico e artista. Firmato Andrea Paolini, artista torinese che per due settimane proverà ad intercettare lo sguardo dei viaggiatori del metrò, con la voglia di creare una nuova prospettiva, non solo sulla funzione del messaggio visivo, ma anche dell’arte, calcando la mano in maniera quasi grottesca sul pensiero che spesso il pubblico poco informato riserva a quelle manifestazioni troppo “ermetiche” per poter essere considerate “universali”, la caratteristica principale che ricerca chi spera che l’arte possa fornire risposte ad uso e consumo inerenti alle questioni del mondo.
Quello che nasce dal manifesto sulla banchina del metrò torinese è un’opera provocatoriamente “concettuale”, pervasa da una forte vena ironica e autoironica nei confronti non solo di un sistema, ma anche del pubblico, chiamato a giocare il divertissement dell’artista, con il quale si cerca di instaurare un rapporto di complicità.
Insomma, non un “Occupy”, visto che di regolare compravendita di spazi si tratta, e forse nemmeno di un intervento “site specific” nel vero senso della parola, visto che ogni cartellone sarebbe stato buono, anche se sappiamo quanto sia importante il “passaggio” del pubblico, ma una sorta di “pubblicità ingannevole”. Che adesca, e mente sulla sua stessa identità, nonché sulla natura dell’osservatore. In attesa di essere smaltita, come un qualsiasi cartellone pubblicitario dopo il termine del suo contratto, per essere riproposta…dove?

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