Valerio Mastrandrea presta la sua voce all’ultima pagina del diario di Alfredo Bini, il produttore di Pier Paolo Pasolini, Jean Luc Godard, Ugo Gregoretti, la cui parabola discendente accompagna il declino culturale di tutta una nazione, ma di cui il regista esordiente Isola non percepisce la simbolicità, aggrappato come è a ricostruire e documentare una biografia controversa senza interrogarsi troppo sulle questioni politiche, estetiche e simboliche della sua scelta. Ha però, forse con un po’ di incoscienza, il grande merito di avere avuto il coraggio di affrontare il rimosso della cultura italiana, e di iniziare a scalfire il mistero di una improvvisa dissoluzione.
E della dissoluzione di un ordine secolare, ereditato come si eredita un patrimonio di famiglia, parla Sangue del Mio Sangue, di Marco Bellocchio (nelle foto alcuni still), che con troppa autoironia, o forse con nessuna, fa recitare al figlio il ruolo di protagonista dichiarando candidamente, per bocca del suo Conte di Bobbio, un Herlitzka magistrale e vampiresco, – una specie di Divo, – che in definitiva il comunismo è fallito non perché si sia cercato di alienare la proprietà, ma perché si è tentato di negare la famiglia, mentre al mondo esiste una sola cosa: il sangue del proprio sangue. Il film con immagini struggenti e di una bellezza inquietante, narra la giovinezza vista dalla senilità, la dissoluzione dell’ordine democristiano a partire dal microcosmo di fantasmi e di non-vivi vampireschi che popolano il castello di Bobbio. Il lungometraggio è il risultato dell’unione di due episodi, pensati all’inzio come autonomi, uno ambientato in un paesaggio manzoniano, con il sapore del regno dei Borromeo e dei vicerè di Spagna in Lombardia, l’altro attuale, che inizia dopo un taglio su nero, con l’entrata in scena di un ispettore regionale, che poi si rivelerà un truffatore, insieme con un miliardario russo che vuole comprare il carcere di Bobbio, dove abbiamo visto, all’inizio, murare viva una monaca, che passa per eretica pur di difendere la memoria del suo amante, sopportando torture, confessioni, ogni sorta di prove per poi risorgere bella e come nuova mentre il conte vampiresco, erede dei vecchi nobili, versione democristiana del potere ambiguo dei Borromeo, muore senza figli né famiglia non dopo aver lasciato tutto alla sorella bella e comune del volgarissimo truffatore.
La bellezza tragica e struggente, un cameo grottesco di Filippo Timi, una festa e una cantata di Torna a Sorrento, fanno un insieme che è contemporaneamente tantissimo e pochissimo. Perché se l’assunto è che i Borbone di ieri aiutati dai vicerè corrispondono ai russi aiutati dai truffatori, non si capisce bene se il ruolo manzoniano e provvidenziale che Manzoni affidava a Federico Borromeo qui sia da ascrivere al democristiano-vampiro nascosto nel castello bn che muore nella contemplazione del mistero della monaca finalmente libera di amare nonostante la sua condanna per eresia.
Un quadro confuso e triste di un paese decadente che sta vendendo i gioielli di famiglia senza capire bene né a chi né perché e senza conoscerli, questo è Sangue del mio Sangue.
Troppo buono e troppo crudele, da interrogare e rivedere per capire cosa stiamo rimuovendo dal nostro presente e perché cerchiamo la bellezza solo nel passato. (Irene Guida)