Un sabato molto intenso a Venezia dopo la notevole dose di pop ieri con il fuoriconcorso Black Mass; invece si fanno strada temi un po’più impegnati, complici anche le nuvole e la pioggia che accompagnano la quarta giornata della 72esima Mostra d’Arte Cinematografica.
Tobias Lindholm racconta come la nostra epoca, con internet, Twitter, Facebook, tutti i social network, sia stata resa troppo semplificata. “Il mondo contemporaneo è invece molto complesso, da un punto di vista umano, pieno di paura, odio, amore, tutto quando allo stesso tempo”, ecco perché Orizzonti di Gloria è stata una delle sue principali ispirazioni per Kriegen (A War).
Al contrario il regista Brady Corbet, statunitense classe ’88, che presenta l’unica opera in 35mm del Festival, risente molto delle influenze europee di Von Trier. The Childhood of a Leader, con Robert Pattinson, non è solo sulla tirannia e sulla violenza che hanno definito il ventesimo secolo, ma è anche una riflessione sul cinema che ha lo caratterizzato.
Piero Messina si propone al grande pubblico con L’Attesa, tratto da una novella pirandelliana, ed è stato anche grande l’entusiasmo per The Danish Girl, una pellicola britannica d’impeccabile regia.
Speriamo poi di poter veder uscire nelle nostre sale il film d’esordio della tunisina Leyla Bouzid, qui per le Giornate degli Autori. A’ peine j’ouvre les yeux, con la sua prima proiezione mondiale, offre uno spaccato della gioventù mediorientale, firmato tutto al femminile, e che seppur mancante di un’approfondita ricerca fotografica, riesce a essere coinvolgente con alcuni temi contemporanei che intrecciano le difficoltà politiche del paese con la forza delle donne arabe che ne vivono la quotidianità.
Stasera infine, la proiezione ufficiale di Equals, dove Drake Doremus dirige una Kirsten Steward imprigionata nell’ennesimo ruolo romantico, protagonista di una storia tra il distopico e lo shakespeariano. Questa storia scarna e un pochino lenta sembra riconfermare un trend attualissimo in cui a farla da padrone sono una fotografia magistrale e una composizione estetica di luci, matericità e geometria, che lascia a bocca aperta. E nonostante il rischio che il regista corre a riempire praticamente metà del minutaggio con un susseguirsi di primi piani, c’è da dire che i due attori sono all’altezza del compito, tenendo in piedi un film che altrimenti sarebbe potuto facilmente scivolare in una banale rilettura di tante cose già viste, visti alcuni riferimenti che lo fanno sembrare una versione un po’troppo soft di qualche puntata di Black Mirror. (Elisabetta Donati De Conti)