Lo rivela L’Espresso in uno dei numeri di Settembre: la Fiat starebbe per vendere il suo gioiellino culturale, Palazzo Grassi di Venezia. Dopo aver ceduto le partecipazioni industriali non strategiche e non concentrate nel settore automotive, il Lingotto vorrebbe liberarsi anche della sua istituzione culturale. Le indiscrezioni segnalano un Umberto Agnelli impegnato a trovare un compratore di alto livello per lo spazio espositivo lagunare. Un interlocutore francese (forse –grazie ai buoni uffici di Aillagon, ministro della cultura francese- François Pinault, leader del lusso in Francia e proprietario della Gucci) avrebbe rifiutato l’offerta e il Comune di Venezia starebbe tergiversando.
Ma sarebbe proprio il Comune –a nostro avviso- a dover prendere la palla al balzo. Non per creare l’ennesimo spazio per grandi mostre popolari à la trevisana (leggi la ipercommerciale Casa dei Carraresi), ma per dotare Venezia di un centro d’arte contemporanea scandalosamente assente proprio nella città che ospita la Biennale, la più importante manifestazione di settore al mondo.
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La notizia che una famiglia storicamente italiana come quella degli Agnelli, decida di lasciar andare alla deriva a Venezia, un edificio che ha fatto restaurare, adeguare, e riammodernare, per ospitare eventi culturali di eco non solo nazionale,lascia qualche perplessità sulla vera indole di quella famiglia, come altrettanto sull'unione dell'arte e della comunicazione visiva da una parte, e la paternità e la vocazione all'arte dall'altra.
Non c'è niente che possa esitere se non esiste chi la pensa. La nostra percezione è dovuta al fatto che pensiamo che qualcosa c'è. E se qualcuno pensa che a Venezia l'arte c'è e si possa comunicare attraverso essa, allora Palazzo Grassi esiste e continuerà ad esistere. Contrariamente a ciò, non penso tuttavia che non esista più modo e maniera di veder realizzate le mostre che a Palazzo sono rimaste mesi e mesi con le code di turisti e visitatori in attesa di entrare a pagamento. QUalcun altro, penserà altrove, che ciò possa esistere. A Venezia, ai suoi cittadini, spetta dover esprimere quanto siano rammaricati e intenzionati a trattenere un edificio che appartenga a loro ancor più che materialmente. E sennò, non è forse nemmeno giusto che chi ci ha fatto sognare in quel lembo di terra sul mare, sia obbligato a continuare a farlo.
Angelo