Tra le notizie attuali sulla Grecia – uscirà dall’euro, assolutamente no a detta dei più, ma come restarvi è questione tutt’altro che risolta – e questa macchina del tempo dislocata fra la pareti, alcune delle quali non ripristinate, di un padiglione nazionale, viene a generarsi comunque, sia voluto o meno, un certo rapporto. Qualcosa in entrambe le situazioni sembra riguardare una forma di resistenza al mutamento, soprattutto se vissuto come imposto dall’esterno, una viscosità di luoghi e abitudini, che rallentano il passo, lo sguardo, e che tentano di richiamarci verso regioni e ragioni d’esistenza che mal si combinano con l’attualità. Da Volos, luogo natio di Giorgio De Chirico, proviene questa capsula/negozio/laboratorio per la tassidermia (ancora attivo, pare) ricostruito con minuzia filologica. Si entra letteralmente nei vani di un interno, esposto allo sguardo indiscreto, distratto di visitatori che si ritrovano a considerare come le cose di scarsa rilevanza, una volta portate qui, nel non-luogo dell’arte, assumano una evidenza sospesa, una densità che attira dentro, non solo nello spazio di un padiglione, ma dentro altre abitudini, altri rapporti con l’ambiente, con il lavoro.
Con la natura, anche, e quasi non verrebbe di nominarla tanto urta alla nostra sensibilità di ecologisti, quella sfera che compete alla caccia, alla cattura dell’animale e al trattamento della sua pelle per la conservazione e la vendita. Agrimiká, è una macchina del tempo che sovrappone – come si sovrappongono nelle pareti del negozio/laboratorio, fra la congerie dei materiali, una fotografia di Piazza S. Marco e una spiegazzata pubblicità un po’ ose – una lontanissima sfera mitica (Dioniso Zagreo, Artemide, Apollo con la cruenta rivalsa su Marsia che aveva osato sfidarlo), e le abitudini, forse ancora più anacronistiche, otto/novecentesche di distruzione e simultanea conservazione di quanto veniva distrutto: battute di caccia e musei di storia naturale; scomparsa di gruppi umani e istituti etnoantropologici. Insomma la grecità, intesa qui soprattutto come metafora, non è solo la predisposizione di un qualche modello esemplare del vivere comune (polis e democrazia), ma la densa resistenza di altri gesti ed abitudini quali sono l’appendere la pelle appena scuoiata (ve ne è effettivamente una, di ovino, con tracce sanguinolente), l’imbalsamare un lupo, o il dilatare le fauci di un cinghiale decapitato e pronto per diventare trofeo, magari un po’ impolverato, ma la cui ferinità non viene meno.
Questo intenso reenactment di Maria Papadimitriou, accompagnato dal video sulla vita dell’ormai anziano gestore di Agrimiká, ha un che di inquietante, perché va a toccare la questione della opacità, della viscosità del tempo. Di un altro tempo che, come un animale minacciato, si nasconde e resiste fra la seggiola di un vecchio ufficio e il tavolo con strumenti da lavoro. Noi, sideralmente lontani, scattiamo la decimillesima immagine, senza chiederci troppo dove stia andando la Grecia. Bel catalogo in tre distinte sezioni: la prima “Texts for Agrimiká” (fra i quali quello di Gabi Scardi, curatrice del padiglione), nella seconda “Agrimiká”, e la terza “Texts from Agrimiká”. (Riccardo Caldura)