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Vincenzo De Bellis nominato direttore associato al Walker Art Center. Le sue dichiarazioni

di - 12 Novembre 2018
Vincenzo De Bellis è stato nominato Direttore Associato dei Programmi del Walker Art Center di Minneapolis, dove, già dal 2016, era stato chiamato a curare la sezione arti visive. Nato a Castellana Grotte, in provincia di Bari, nel 1977, De Bellis è stato tra i fondatori di Peep Hole, spazio milanese no profit, ha diretto tre edizioni di Miart e oltreoceano era andato già nel 2006, per frequentare un master al centro studi curatoriali Bard College di New York. Ecco le sue dichiarazioni a caldo sulla recentissima nomina e alcune considerazioni sullo stato dell’arte negli USA made in Trump.
Ci racconti come è avvenuto il passaggio da curatore a Direttore Associato?
«È avvenuto ufficialmente il primo settembre ma in realtà era già in atto da prima. Da quando, nel gennaio 2017, il nostro Direttore Artistico si è dimesso, io ho preso molte delle sue incombenze, specie per quanto riguarda la programmazione delle mostre e le collaborazioni con altre istituzioni. È stata una progressione di responsabilità sempre maggiori fino a quando, a luglio 2018, mi è stata offerta la posizione che in effetti ratifica il lavoro fatto già svolto nei mesi/anni precedenti».
Quali saranno le tue nuove mansioni all’interno del Walker?
«Al mio arrivo, nel luglio del 2016, avevamo già stabilito che per quanto riguarda la curatela delle mostre io mi sarei concentrato solo su grandi progetti e quindi in media una mostra ogni anno e mezzo, con dei tempi di produzione di ogni mostra di almeno due o tre anni. Questo è rimasto invariato e infatti i miei prossimi progetti sono ad aprile 2020 e ottobre 2021, si tratta di due grandi mostre, una collettiva e una personale. Oltre a questo, con il mio nuovo ruolo faccio parte del team – per ora di due persone ma tra poco sarà di tre – che decide il programma di mostre sia interne che quelle realizzate all’esterno del museo. In sostanza da un lato, il Director of exhibition management si occupa della parte organizzativa ed economica delle mostre, mentre io sono la persona che lavora più sui contenuti e sulla programmazione in termini di mission. Questo vuol dire che io cerco di trovare un senso complessivo al programma, anno per anno e in una programmazione triennale, in modo che le mostre che facciamo non solo abbiano un senso come singoli progetti ma anche nel loro complesso. È una sorta di direzione artistica in attesa che arrivi il nuovo direttore artistico e poi diventerà una partnership. Oltre a questo sono anche il responsabile delle pubblicazioni e anche liason con le strategie di Marketing e Fundraising ma queste sono cose un po’ noiose di cui nessuno vuole mai parlare ma che mi piacciono molto perché possono unire contenuto e strategia».
Come vedi, con occhio italiano, la situazione dell’arte contemporanea negli Stati Uniti di Donald Trump? Che clima si respira?
«È molto molto complicato, come tutto negli USA adesso: ottenere un visto, aprire un conto corrente se non sei cittadino…Gli animi sono esacerbati, il clima sociale è molto teso e questo si riflette nell’arte e nelle scelte dei musei. C’è molto conservatorismo e una vera paura di poter dire o fare qualcosa che venga frainteso e quindi possa diventare fonte di polemiche, magari con comunità da sempre sotto-rappresentate. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: la Biennale del Whitney con Dana Schutz, noi con Jimmie Durham e con Sam Durant, il Guggenheim con “Art and China after 1989: Theater of the World”. Si tratta di polemiche che sono il frutto di una situazione sociale e politica assolutamente instabile e chiaramente irrazionale. New York e Los Angeles sono grandi centri che subiscono meno le influenze perché sono davvero cosmopoliti ma nonostante questo ci sono anche lì enormi difficoltà a essere liberi e sereni nel fare quello che i musei dovrebbero fare, ovvero, creare dibattito, incontro-scontro di idee. A Philadelphia, Chicago e ancora di più a Minneapolis, che rappresentano sia pur un’America già abbastanza sofisticata, comunque molto meno cosmopolita, la situazione è ancora più complessa. Il Walker è sempre stato un luogo di rottura, molto votato all’incontro sia concettuale sia reale delle varie discipline, specie arte e performance. Un luogo pertanto dove il dibattito sociale e locale non è mai stato una priorità quanto quello internazionale e globale. Questo ha reso e rende speciale il museo ma ora dobbiamo essere sicuramente un po’ più attenti a quello che succede intorno a noi, sia pur mantenendo questa identità forte e unica».
In home: Walker Art Center. Photo: Gene Pittman. Courtesy: Walker Art Center, Minneapol
In alto: Vincenzo de Bellis and Nairy Baghramian. Photo: Gene Pittman. Courtesy: Walker Art Center, Minneapolis

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