09 giugno 2026

Il Festival Inventaria racconta l’altra scena del teatro: la parola a Pietro Dattola

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Guerra, identità, algoritmi e fragilità contemporanee attraversano Inventaria 2026: il condirettore artistico Pietro Dattola ci spiega la visione del festival di Roma dedicato al teatro off

Fino al 17 giugno 2026 la compagnia DoveComeQuando torna con Inventaria – La festa del teatro off, su quattro palcoscenici della Capitale: Spazio Nous, Teatro Trastevere, Teatro Tordinona e Teatro Basilica. Sette spettacoli, sei demo, otto prime nazionali e romane, una rete di 34 partner in 13 Regioni. In cartellone una costellazione tematica precisa: guerra, collasso, identità fragili, algoritmi, sopravvivenza. Ne parliamo con Pietro Dattola, direttore artistico del festival insieme a Flavia Germana de Lipsis.

Quasi nessuno spettacolo in programma parla di riconciliazione. È il teatro che avete scelto o che vi arriva addosso?

«Più che una scelta tematica in senso stretto, credo sia una conseguenza naturale del modo in cui funziona la narrazione. Il teatro, come il cinema e la letteratura, deve necessariamente partire da una condizione di assenza o perdita di un bene da recuperare.

Alla riconciliazione e agli altri valori positivi si giunge, se si giunge, dopo aver compiuto un percorso di crescita. Anche un’opera intitolata La pace non potrebbe mai mostrare un’ora di pace, ma dovrebbe indagare i motivi della sua perdita o assenza, e un viaggio interiore ed esteriore volto a recuperarla. Dissertazioni, tesi, articoli, ricerche possono forse limitarsi a discutere del valore positivo in sé. Il teatro, e le altre arti cugine, sicuramente no».

Esiste ancora una distinzione netta tra teatro civile, politico e intimo, o oggi il politico passa proprio attraverso corpi, famiglie, fallimenti privati?

«Non so se questa distinzione sia realmente venuta meno. Potrebbe essere così, forse, per gli artisti under 35, cresciuti in un contesto sociale, tecnologico e culturale che facilita un individualismo sempre più spinto.

I gruppi vengono frammentati in mille sottogruppi che tendono al singolo; i social ti mettono al centro del tuo mondo; ora l’AI permette di fare molte cose da soli. Chi si è formato in un contesto simile può anche non sviluppare il senso dei “macro” e far coincidere il macro con il micro».

Il teatro indipendente viene spesso raccontato come gavetta. Voi invece lo trattate come un linguaggio autonomo. Quando l’off diventa sistema a sé?

«L’off ha tutte le potenzialità per diventare l’equivalente dell’eccellenza delle PMI italiane. Vorrei provare a capovolgere il paradigma secondo cui la limitatezza delle risorse equivale a risultati inferiori.

Nel nostro caso, la riduzione al minimo di certi apparati e l’abitare luoghi ristretti non sono un bug, ma una feature. Non sono un difetto da recuperare, ma caratteristiche da esaltare, perché portano con sé vantaggi in termini di resa artistica e di restituzione al pubblico inarrivabili rispetto a contesti più grandi.

Se si cerca la spettacolarità in sé, lo “zucchero per gli occhi”, è meglio guardare altrove. Con l’off è invece probabile che lo spettatore sia maggiormente chiamato a co-creare ciò che sta vedendo».

Il teatro off è spesso un luogo in cui la povertà dei mezzi produce immaginazione, intimità, comunione. Dopo sedici edizioni, questa è ancora una condizione di libertà o rischia di diventare una forma accettata di precarietà?

«È semplicemente lo stato delle cose. Non nel senso del “come sono adesso”, ma del “come sono, punto”. Dopo miliardi di anni, le piante se ne stanno ancora lì, immobili. È una condizione di limitatezza o, siccome sono immobili, le chiamiamo piante?

Il teatro off è una fascia del sistema teatrale che, nel contesto delle possibilità di intrattenimento di massa in cui ci troviamo, non può che vivere fondamentalmente in certi tipi di spazi, con certe caratteristiche ed economie.

La massa richiede la massima passività possibile, altrimenti non sarebbe massa. E tale passività è data dallo Spettacolo, dallo “zucchero per gli occhi”. Per sostenere lo Spettacolo occorrono enormi incassi, quindi innanzitutto grandi location, spese di marketing considerevoli. A quel punto non si rischia di fare flop. Si va sul sicuro, si rassicura la massa-platea con storie e nomi noti. E certi aspetti possono passare in secondo piano, specialmente quando i tempi di produzione sono sempre più ristretti.

Una cerchia più ristretta è invece interessata non allo Spettacolo quanto all’Esperienza: più facilmente coltivabile in bottega che in fabbrica».

Selezionate 13 proposte su oltre 400. Che cosa fa la differenza? E cosa non scegliete mai, non per mancanza di qualità, ma perché non appartiene a quello che Inventaria vuole essere?

«Quello che finora abbiamo sempre evitato, anche di fronte a esecuzioni impeccabili, è la leggerezza per la leggerezza, l’intrattenimento puro e semplice. Non perché non abbia dignità di esistere, anzi, ma perché, nella nostra visione, quel bisogno può essere soddisfatto con altri mezzi, meno costosi e impegnativi.

Andare a teatro richiede una propensione all’attività: scorrere il feed o selezionare un film dal divano non è la stessa cosa. Per questo, in generale, preferiamo progetti che abbiano qualcosa da dire e lo dicano in maniera efficace. Non seguiamo i “temi del momento”, né gli spettacoli a tesi: spesso non hanno avuto il tempo di maturare e nulla aggiungono a quello che si può leggere sui giornali».

Inventaria è ancora una vetrina o è diventata una piccola infrastruttura alternativa? 

«La nostra ambizione è contribuire ad aggiungere, nel panorama nazionale, un circuito serio su cui la scena indipendente possa fare affidamento. Come la stessa scena indipendente, il circuito è e sarà sempre magmatico, ma è straordinario come tutto si regga sulla volontà dei soggetti coinvolti di dare il proprio contributo a questa causa.

Ogni realtà ha le sue specificità: in termini di target, di disponibilità tecniche ed economiche; per questo è difficile che uno spettacolo faccia l’en plein di repliche. Questo si sposa con l’idea alla base di Inventaria: offrire un ventaglio di linguaggi, stili e temi il più ampio e variegato possibile. Nessuna negoziazione, quindi, ma una felice e fortunata consonanza».

È ancora possibile raccontare la nuova scena senza usare il lessico della performance?

«Forse ci stiamo avvicinando troppo, come società, a quella americana, dove la prestazione regna su tutto, in ogni ambito. Siamo culturalmente colonizzati da Hollywood da decenni e l’assorbimento di certi valori è inevitabile.

Per fortuna da noi questi valori vengono ancora messi in discussione».

A forza di sopravvivere, il teatro indipendente rischia di fare della sopravvivenza una poetica?

«La retorica della lotta, alla lunga, è stancante. Nella nostra comunicazione cerchiamo in primo luogo di esaltare i punti di forza del teatro indipendente, non di scagliarci contro nemici reali o immaginari.

Il teatro indipendente è innanzitutto teatro. Il teatro parla dell’umano all’umano ed è auspicabile che lo faccia usando le infinite lenti a disposizione».

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