Categorie: Teatro

In Scena: gli spettacoli e i festival della settimana, dal 19 al 25 febbraio

di - 19 Febbraio 2024

In Scena è la rubrica dedicata agli spettacoli dal vivo in programmazione sui palchi di tutta Italia: ecco la nostra selezione della settimana, dal 19 al 25 febbraio.

Teatro e danza

L’ALBERGO DEI POVERI, DA STREHLER A POPOLIZIO

Conosciuto anche col titolo I bassifondi, o Sul fondo, o ancora Il dormitorio, questo grande dramma di Maksim Gor’kij, rappresentato per la prima volta a Mosca nel 1902, fu ribattezzato L’albergo dei poveri da Giorgio Strehler nel 1947, in occasione della memorabile regia che inaugurò il Piccolo Teatro di Milano nel maggio del 1947. È quest’ultimo titolo che Massimo Popolizio ripropone, in virtù del suo valore emblematico e poetico, oltre che storico.

L’albergo dei poveri è un grande dramma corale, che si potrebbe definire shakespeariano nel suo sapiente dosaggio di pathos, denuncia sociale, amara comicità, riflessione filosofica e morale sul destino umano. Il numero elevato degli attori in scena (la multiforme popolazione di questa sorta di rifugio dormitorio per gli ultimi della società) impone alla regia la ricerca di un ritmo adeguato al continuo mutare delle situazioni e dei punti di vista, in un crescendo di tensione reso ancora più evidente dall’angustia dello spazio evocato. Questo rifugio di derelitti e alcolizzati dove i personaggi trascorrono i loro giorni tentando di non soccombere alla disperazione e all’inerzia della sconfitta.

Se le grandi opere viaggiano nel tempo per essere rilette a ogni generazione da angolature diverse, lo stile di regia di Popolizio, la sua maniera di dirigere gli attori e il meccanismo teatrale nel suo complesso, appare particolarmente adeguato a scrivere un nuovo capitolo di questa storia di interpretazioni. Il nostro non è il mondo del 1902, e nemmeno quello del 1947: è mutato anche il concetto stesso di “povertà” ma l’energia drammatica, la forza visionaria, la disperata lucidità dei personaggi di Gor’kij è ancora intatta, grazie anche alla nuova scrittura drammatica di Emanuele Trevi.

L’ALBERGO DEI POVERI, ph Claudia Pajewski

“L’albergo dei poveri”, uno spettacolo di Massimo Popolizio, tratto dall’opera di Maksim Gor’kij, drammaturgia Emanuele Trevi, con Massimo Popolizio, Michele Nani, Raffaele Esposito, Sandra Toffolatti, Zoe Zolferino, Francesco Giordano, Diamara Ferrero, Giampiero Cicciò, Marco Mavaracchio, Carolina Ellero, Silvia Pietta, Giovanni Battaglia, Aldo Ottobrino, Luca Carbone, Gabriele Brunelli, Martin Chishimba; scene Marco Rossi, costumi Gianluca Sbicca, luci Luigi Biondi. Produzione Teatro di Roma-Teatro Nazionale, Piccolo Teatro di Milano- Teatro d’Europa. A Roma, Teatro Argentina, fino al 3 marzo.

L’OTELLO UNGHERESE DI KRISZTA SZÉKELY

Talentuosa artista ungherese e artista associata dello Stabile di Torino, Kriszta Székely dopo Riccardo III porta in scena un altro grande malvagio shakespeariano, Otello. Nella sua regia, la chiave del dramma è Iago.

L’uomo odia, mente, non è chi dice di essere e con le sue bugie distrugge tutto: «Il mio spettacolo – dichiara la regista – si concentra su Iago come elemento centrale, raccontandolo quasi fosse un one man show della manipolazione: pericoloso ma allo stesso tempo buffo, simile ad un buffone. Otello è il più bravo, quello con più talento di tutti, ma la gelosia e l’invidia di Iago lo fanno impazzire. Desdemona è una giovane donna coraggiosa che sceglie l’amore nonostante la sua posizione vada contro il volere del padre e per questo non potrà vivere a lungo. Questo testo parla principalmente della gelosia e di quanto sono fragili e vulnerabili le donne nel mondo della mascolinità militare». La regia di Székely esamina acutamente, la volontà distruttiva ed egoistica di potere, il meccanismo socialmente dominante delle fake news, mettendo in luce sentimenti molto umani come la frustrazione causata dall’abbandono e la gelosia, che è una delle forze motrici dietro le azioni di quasi tutti i personaggi.

«L’aspetto inquietante è – prosegue – il fatto che niente e nessuno abbia importanza. Il fine deve essere raggiunto, non importa come, a quale costo. Forse è per questo che lo spettacolo tocca rapidamente lo spettatore, perché vede ciò che vive ogni giorno».

Otello, ph.Horvath Judit

“Otello”, di William Shakespeare, regia Kriszta Székely, con Barna Bányai Kelemen, Vivien Rujder, Lehel Kovács, Alexandra Borbély, Dávid Vizi, Ferenc Elek, Péter Takátsy, Vilmos Vajdai, Benjámin Lengyel, Kata Kanyó, scene Nelli Pallós, costumi Juli Szlávik, drammaturgia Ármin Szabó-Székely, musiche Flóra Lili Matisz. Produzione Katona József Színház, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale. A Torino, Teatro Carignano, dal 22 al 25 febbraio. Spettacolo in lingua ungherese con soprattitoli in italiano.

SI ILLUMINA LA NOTTE DI FRANCO SCALDATI

A trent’anni dalla morte, lo spettacolo S’illumina la notte chiude idealmente la trilogia su Franco Scaldati ideata dalla regista e dramaturg Livia Gionfrida, un singolare progetto di ricerca intorno all’opera dello scrittore e attore siciliano, un dialogo da cui sviluppa drammaturgie originali che innestano la parola scaldatiana nel mondo poetico di questa artista. In un’atmosfera post-apocalittica, il tragico si fa continuamente comico, in un ribaltamento continuo che diventa gioco scenico e si rivolge, talvolta in modo diretto, allo spettatore con chiari riferimenti al teatro popolare e a Eduardo De Filippo a cui lo stesso autore siciliano faceva riferimento nella sua traduzione de La Tempesta shakespeariana.

I personaggi, sopravvissuti a chissà quale disastro climatico, morale, bellico, sembrano venuti fuori dalle macerie di una umanità in declino, dalla Tempesta di una buia Apocalisse in cui tutte le parole sembrano scomparse e occorre ritrovarne memoria e ridefinire il senso di ogni cosa. Luce e ombra diventano metafora di una condizione esistenziale, e così ogni elemento naturale, il mare, la luna, la pioggia, trascende se stesso e si fa terreno di riflessione sulla nostra vita contemporanea e sulle relazioni tra le creature. “Il buio – dice Scaldati -è quella zona dove tutto si macera e poi si ricompone”.

Si illumina la notte

“Si illumina la notte”, da Franco Scaldati, regia e drammaturgia Livia Gionfrida, con Melino Imparato, Manuela Ventura, Daniele Savarino, Naike Silipo, Rita Abela, Giuseppe Innocente, costumi Daniela Salernitano, spazio scenico Livia Gionfrida, disegno luci Alessandro di Fraia. Produzione Teatro Metastasio di Prato. A Prato, Teatro Metastasio, dal 20 al 25 febbraio.

QUEL CHE IO CHIAMO OBLIO

Un uomo entra in un supermercato all’interno di un grande centro commerciale di una città francese. Ruba una lattina di birra e viene bloccato da quattro addetti alla sicurezza che lo trascinano nel magazzino e lo ammazzano di botte. Questo scarno fatto di cronaca è raccontato da Laurent Mauvignier in un lungo racconto, una sola frase che ricostruisce la mezz’ora in cui è insensatamente raccolta la tragica fine di un uomo.

Teso quasi allo spasimo nel resoconto minuzioso di una morte assurda, il flusso di parole raduna impercettibilmente tutti i temi cari a Mauvignier. E torna così il suo sguardo purissimo su un universo di “umili” che la scrittura rigorosissima accoglie senza una briciola di retorica, senza un’ombra di furbizia. Raro, oggi, nel trionfo dei format narrativi nei quali la realtà diventa un reality, uno stile così impeccabilmente morale, una prosa così pudica e vera.

Quel che io chiamo oblio è il titolo originale di questo monologo, scritto in un’unica frase, senza un vero inizio, senza una vera fine, senza punteggiatura ma con una prosa perfetta che in un crescendo emozionante risveglia sentimenti di pietà e indignazione. Messo in scena nel 2012 al teatro della Comédie Francaise, al testo dà voce ora un attore di rara sensibilità e potenza come Vincenzo Pirrotta, guidato dalla regia di Roberto Andò. Al teatro India di Roma, dal 21 al 25 febbraio.

Vincenzo Pirrotta in Quel che io chiamo oblio

LA FEROCIA DI NICOLA LAGIOIA

Adattamento dall’omonimo romanzo di Nicola Lagioia vincitore nel 2015 del Premio Strega, La Ferocia, a cura del collettivo VicoQuartoMazzini, è la storia di Vittorio Salvemini – interpretato da Leonardo Capuano – costruttore pugliese arrivato a Bari poco più che trentenne, dagli anni ‘70 ha inanellato una serie di successi che l’hanno messo a capo di un impero di cantieri edili su cui non tramonta mai il sole, da Phuket a Parigi passando per Istanbul. Ma quando il cadavere della figlia Clara viene trovato sulla provinciale che collega Bari a Taranto la sua ascesa sfrenata comincerà a vacillare.

A firmare l’adattamento del testo è Linda Dalisi, per un cast quasi interamente maschile per raccontare un mondo di uomini in cui le colpe dei padri si riflettono nelle debolezze dei figli; per indagare l’incapacità umana di sopprimere l’istinto di prevaricazione e il nostro essere ineluttabilmente incatenati alle leggi della natura.

Unica attrice in scena, Francesca Mazza nei panni di una mater familias non meno spietata. Intorno a lei, una galleria di personaggi atrocemente realistici agiscono all’interno di scenografie che da luogo realistico (l’interno della villa dei Salvemini) si trasformano, col procedere dello spettacolo, in paesaggio metafisico delle vicende narrate.

La Ferocia prende così la dimensione di una tragedia contemporanea, particolare e universale allo stesso tempo, nutrendosi delle parole di un grande romanziere, nato e cresciuto in un Sud da sempre attraversato da grandi narrazioni.

La Ferocia – Ph Daniele Spanò

“La ferocia”, ideazione VicoQuartoMazzini, dal romanzo di Nicola Lagioia, regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà, adattamento Linda Dalisi, con Roberto Alinghieri, Michele Altamura, Leonardo Capuano, Enrico Casale, Gaetano Colella, Francesca Mazza, Gabriele Paolocà, Andrea Volpetti, scene Daniele Spanò, luci Giulia Pastore, musiche Pino Basile, costumi Lilian Indraccolo. Produzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, LAC Lugano Arte e Cultura, Romaeuropa Festival, Tric Teatri di Bari, Teatro Nazionale Genova. A Firenze, Teatro Cantiere Florida, il 23 e 24 febbraio.

TOP GIRLS TRA FANTASIA E REALTA’

Quale sia la relazione della donna con il potere e quanto sia possibile avere una posizione di comando senza perdere il proprio femminile sono due domande cruciali di Top Girls. Il testo di Caryl Churchill, una delle più grandi drammaturghe inglesi viventi, è diretto dall’attrice e regista napoletana Monica Nappo che lo interpreta insieme a un cast tutto femminile. Top Girls affronta in modo strutturale e teatrale molti temi diversi, fra cui l’ineludibilità del confronto con il modello maschile nell’esercizio del potere e le sue contraddizioni.

La pièce si concentra sul personaggio di Marlene, responsabile di un’agenzia di collocamento londinese, e racconta i compromessi che ha dovuto accettare per raggiungere una carriera costellata di successi; un racconto che l’autrice ottiene con l’utilizzo di tecniche insolite, tra cui una costruzione non lineare, dialoghi incalzanti e un visionario mix di fantasia e realtà.

Top Girls, Ph. A. Morgillo

“Top girls”, di Caryl Churchill, traduzione di Maggie Rose, con (in o.a.) Corinna Andreutti, Valentina Banci, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Paola De Crescenzo, Martina De Santis, Simona De Sarno, Monica Nappo, Sara Putignano, costumi Daniela Ciancio, scene Barbara Bessi, luci Luca Bronzo, regia Monica Nappo. Produzione Fondazione Teatro Due, ParmaRoma, Teatro Vascello dal 20 al 25 febbraio; Parma, Teatro Due dal 27 al 5 marzo; Correggio, Teatro Asioli 8 marzo.

APOCALISSE TASCABILE

Lo spettacolo Apocalisse Tascabile, esordio alla regia teatrale di Niccolò Fettarappa Sandri, anche interprete e regista insieme a Lorenzo Guerrieri (al Teatro delle Moline di Bologna, dal 20 al 25 febbraio, nell’ambito del Focus Lavoro, di Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale), è un atto unico “eroicomico”, come lo definiscono gli stessi artisti, che con stravaganza teologica ricompone l’infelice mosaico di una città decadente e putrefatta, specchio di una defunta condizione umana.

Senza alcun preavviso, Dio compare in un supermercato in periferia di Roma e vi annuncia la fine del mondo. Per sua colpa e sfortuna, ad ascoltarlo c’è ben poca gente e a prenderlo sul serio è solo un giovanotto amorfo e sfibrato, da quel momento fatalmente destinato a essere il profeta della fine dei tempi. Accompagnato da uno svogliato angelo dell’Apocalisse, il giovane apostolo si fa strada nell’abisso peccaminoso della città romana, per annunciare ai suoi abitanti la loro imminente fine. Il progetto apocalittico voluto da Dio sembra però fallire: la triste notizia annunciata non scuote per nulla chi già si dedica, con mortuaria solerzia, alla propria quotidiana estinzione.

È la prospettiva di due giovani “scartati”, liquidati e messi all’angolo perché inutili, quella che lo spettacolo porta agli occhi dello spettatore: la fine del mondo per le nuove generazioni è quasi un’occasione di vendetta, una rivincita presa sull’indifferenza subita.

Apocalisse Tascabile © Marcella Pesichetti

THAT’S ALL FOLKS! DI BIGI/PAOLETTI A EQUILIBRIO

Rimanda al mondo dei cartoni animati il dissacrante titolo That’s All Folks!, il nuovo spettacolo della coppia Alessandra Paoletti e Damiano Ottavio Bigi, che debutta in prima assoluta, il 22 febbraio, al festival Equilibrio di Roma. Un quartetto di interpreti internazionali, composto dallo stesso Bigi e da Ching-Ying Chien, Issue Park e Faith Prendergast, si muoverà in una scenografia dal tratto incisivo e minimale, mettendo in dialogo danza, scienza e mito. Ispirandosi al concetto di “orizzonte degli eventi”, lo spettacolo racconta la vertigine fisica verso l’ignoto, la caduta, l’essere improvvisamente trascinati in un tempo e in un luogo dove non esiste più un asse o una prospettiva centrale, ma dove tutto cambia a seconda di dove guardiamo.

That’s all folks

That’s All Folks!, di Damiano Ottavio Bigi e Alessandra Paoletti, composizione e progettazione sonora David Blouin, luci Lucien Laborderie, scene e costumi in collaborazione con Tzela Christopoulou. Coprodotto da Festival Equilibrio Roma, FRITZ Company, Compagnia Simona Bucci/Degli Istanti, Fondazione Fabbrica Europa per le arti contemporanee/PARC performing arts research centre, supportato da Pina Bausch Zentrum (Wuppertal), 2 WORKS/Dimitris Papaioannou, Istituto Italiano di Cultura di Colonia in collaboration with NID Platform, CHATHA Lyon, Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave / Kilowatt). Un ringraziamento speciale a Dimitris Papaioannou per il suo supporto.

IL DELIRIO DI UN TENNISTA SENTIMENTALE

Armato di racchetta, pronto a scendere in campo per vincere sentimenti ed emozioni. In scena Paolo Valerio è Max, un uomo che affronta le crisi della sua vita come ha sempre fatto: giocando. Si misura con la passione del tennis e, allo stesso tempo, con quella amorosa. Gioca, pensa, racconta, si dibatte. Sul palcoscenico, momenti di silenzio si alternano a urla di sfida, quasi disperate; le soluzioni si fanno problemi, l’agonismo dell’innamoramento trascolora nella rivalità tra solitudine e vita. Ma per portare a termine la partita servono fiato e resistenza. Max scandisce il suo sfogo palleggiando contro il pubblico, protetto da un muro di plexiglass. Un osservatorio privilegiato per assistere a tutte le battaglie personali del protagonista. Una “quarta parete” tangibile, che divide e protegge, inquieta e rassicura. Ancora più evidente in uno dei teatri più all’avanguardia.

© Simone Di Luca

Il muro trasparente. Delirio di un tennista sentimentale”, di Monica Codena, Marco Ongaro e Paolo Valerio, con Paolo Valerio, scena Antonio Panzuto, progetto fonico Nicola Fasoli, disegno luci Marco Spagnolli, luci Alessandro Macorigh. Produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di Verona. A Padova, Teatro Maddalene, dal 21 al 25 febbraio.

L’OSSESSIONE DI MOBY DICK

Il dramma è già avvenuto, la caccia conclusa. Predatore e preda, scambiandosi continuamente di ruolo, si sono inseguiti e fuggiti in una feroce e spasmodica danza. Il sipario calato sui due, avvinti l’uno all’altra è un mare indifferente all’umano, ai suoi patimenti, alle sue ossessioni.

L’ossessione è il tema che ci ha guidato nello studio di Moby Dick, nella raccolta di nuovo materiale, e quindi nella stesura di Carne di uomo e di balena. L’ossessione è sempre stata considerata il tratto distintivo del capitano Achab ma, inaspettatamente, l’abbiamo vista riverberare anche in Starbuck e Stubb, i suoi sottoufficiali sul Pequod. Per questo abbiamo deciso di seguire la linea narrativa di questi caratteri, tre archetipi capaci di rappresentare l’intero spettro dell’umano.

Achab, intrappolato nel passato, è ossessionato dalla Balena che l’ha mutilato. Starbuck, con l’occhio rivolto al futuro, è ossessionato dal ricordo della moglie, che lo attende a casa. Stubb, ben ancorato al presente, è ossessionato dal godimento, che si gusta solo nell’attimo. Per sopravvivere a una realtà dolorosa e inspiegabile, tutti e tre si ubriacano della propria fissazione.

Carne di uomo e di balena

Carne di uomo e di balena”, regia Matteo Finamore, drammaturgia Jacopo Angelini e Francesco Battaglia; con Mario Berretta, Andrea Carriero, Lorenzo Giovannetti, Giulia Rossoni. Produzione Fucinazero. A Roma, Teatro Basilica dal 23 al 25 febbraio.

FESTIVAL D’INVERNO DI LAVANDERIA A VAPORE

Dark MatterS è una festa d’inverno ideata da Lavanderia a Vapore, un festival breve che celebra l’oscuro e l’oscurità come spazio-tempo in cui imparare a vedere il presente e il futuro con altre lenti. Si svolge dal 22 al 25 febbraio negli spazi della casa europea della danza di Collegno (To), in collaborazione e in connessione con il Black History Month di Torino curato dall’associazione Donne Africa Subsahariana e II Generazione.

Nel titolo, l’oscurità della materia si trasforma in un verbo, rivendicando il potere sovversivo del buio e del margine, nel riscrivere il paesaggio sensoriale e politico attuale: non solo ribaltando l’egemonia della vista (imposta come canale di lettura del mondo da una cultura illuminista ma oscurantista), ma anche come zona in cui rivendicare il protagonismo di voci e corpi stigmatizzati e messi a margine. Una paura del diverso che attualizza in senso sociopolitico il concetto di perturbante. Il programma unisce spettacoli, laboratori e momenti di riflessione, con molti artisti: Giuseppe Comuniello, Fabritia D’Intino, Camilla Guarino, Alexandrina Hemsley, Luigi Mariani, Lorenzo Montanaro, Muna Mussie, Marta Olivieri, Federico Scettri, Mariaa Siga, Valerie Tameu. Il programma dettagliato sul sito lavanderiaavapore.eu.

Trespass, ph. Giuseppe Follacchio

UN DISASTRO DI COMMEDIA

The Play That Goes Wrong, di Henry Lewis, Jonathan Sayer, Henry Shields, è un successo planetario. A portare in scena la celebre opera nella versione italiana, dal titolo Che disastro di commedia, è il regista Mark Bell, con un folto gruppo di istrionici attori dai perfetti tempi comici. Si racconta la storia di una compagnia teatrale amatoriale che, dopo aver ereditato improvvisamente un’ingente somma di denaro, tenta di produrre un ambizioso spettacolo che ruota intorno a un misterioso omicidio perpetrato negli anni ’20, nel West End.

Il racconto prende forma tra una scenografia che implode a poco a poco su sé stessa e attori strampalati che, goffamente, tentano di parare i colpi degli svariati tragicomici inconvenienti che si intromettono tra loro ed il copione con estro e inventiva, tanto da non lasciare spazio a nient’altro che a incontenibili risate e divertimento travolgente. Tra paradossi e colpi di scena gli attori non si ricordano le battute, le porte non si aprono, le scene crollano, gli oggetti scompaiono e ricompaiono altrove. I

l ritmo incessante dello spettacolo se da un lato coinvolge il pubblico in un vortice impetuoso di ilarità, dall’altro palesa la grandissima fatica fisica che i protagonisti mettono in gioco per rappresentare i disastri che si accumulano in un crescendo senza controllo. La produzione si rivela una catastrofe e gli attori cominciano ad accusare la pressione, andando nel panico.

Che disastro di commedia

Che disastro di commedia” di Henry Lewis, Jonathan Sayer, Henry Shields traduzione Enrico Luttmann con Stefania Autuori, Massimo Genco, Viviana Colais, Igor Petrotto, Valerio Di Benedetto, Alessandro Marverti, Matteo Cirillo, Marco Zordan regia Mark Bell. Produzione Lea Production. A Roma, Nuovo Teatro Orione, dal 22 al 25 febbraio, e dal 29 febbraio al 3 marzo.

OSCILLA, PERFORMANCE TRA DANZA E TECNOLOGIA

Oscilla nasce dall’incontro di tre artisti – Simone Arganini, danzatore e autore di performance, Daniele Fabris e Amerigo Piana – accomunati dall’interesse per la tecnologia e il suo utilizzo nelle arti performative. La tecnologia interattiva diventa quindi un pretesto per esplorare la qualità delle relazioni: dell’umano con sé stesso e dell’umano con il non umano.

Quale rapporto può esserci tra arte e tecnologia? In Oscilla si tenta di rispondere a questo complesso quesito, mettendo in relazione l’umano e la macchina, accomunati dalle oscillazioni che scaturiscono sia un flusso di dati che dal movimento del corpo umano. La successione temporale di un flusso di dati forma un’onda, come la linea tracciata da un encefalogramma, una forma scomponibile matematicamente in infinite oscillazioni regolari e prevedibili. È proprio quello che fa il corpo quando si muove contraendo le fibre muscolari: oscilla.

In Oscilla (a Milano, PimOff, il 21 febbraio), la tecnologia è pretesto per esplorare relazioni e interazioni possibil. Lo spettacolo si colloca così come un punto di incontro tra una performance di danza, un live set di musica elettronica e una sessione di VJing in cui sono manipolati video e luci. Il performer indossa sensori di movimento i cui dati passano attraverso software azionati in tempo reale: questo sistema crea un complesso rapporto tra essere umano e macchina, un dialogo interattivo in cui movimento, suono, luci e video 3D sono intrinsecamente legati.

Oscilla, di Arganini, Fabris, Piana, ph. Federica Francia

LE TRE DONNE ALTE DI EDWARD ALBEE

Testo poco rappresentato in Italia del grande drammaturgo americano Edward Albee, vincitore del Premio Pulitzer e del Lucille Lortel Awards nel 1994, nonché dell’Evening Standard Award in Gran Bretagna (sia per il testo che per la protagonista Maggie Smith), lo scrittore statunitense ha creato con Tre donne alte un capolavoro di intelligenza, abilità teatrale e profondità. Nella stagione 2022 Ferdinando Bruni lo ha messo in scena affidando i magnifici personaggi alla sensibilità di Ida Marinelli e di Elena Ghiaurov, affiancate dalla giovane Denise Brambillasca, che incarnano tre punti di vista, tre differenti età nella vita di una donna.

Scrive Roberto Mussapi di Avvenire: «Un dramma femminile. Le tre, evocanti forse le parche, in scena nella camera da letto della più anziana, paiono in realtà la stessa persona: ora, nell’età di mezzo dei 52 anni e quindi in quella giovanile dei 26. La vecchia alterna memoria a vuoti, ricordi dettagliati a smarrimenti assoluti, come ben sa chiunque di noi conosca la realtà delle persone in quella condizione. Umano e drammatico il suo quasi monologo, poiché parla alle altre ma in realtà se stessa.

Tre donne alte ©Laila Pozzo

“Tre donne alte”, di Edward Albee, traduzione Masolino D’Amico, regia Ferdinando Bruni, con Ida Marinelli, Elena Ghiaurov, Denise Brambillasca, Stephan Haban, scene Francesco Frongia, costumi di Elena Rossi, luci Michele Ceglia, suono Gianfranco Turco. Produzione Teatro dell’Elfo. A Milano, Teatro dell’Elfo, dal 20 febbraio al 10 marzo.

UN ASSOLO SOTTO I RIFLETTORI

Open Dance 2024, la rassegna della giovane danza d’autore, promossa dal Teatro Pubblico Campano per sostenere e promuovere i giovani talenti emergenti, ospita, al Teatro Nuovo di Napoli il 25 febbraio, A Solo in the Spotlights del giovane danzatore e coreografo Vittorio Pagani. La performance è un tuffo nei meandri dello spazio scenico, in cui il pubblico segue un performer che mette in questione il suo posto sul palco. Le risposte che cerca si potrebbero nascondere sotto fasci di luce artificiali, nascosti in piena vista. Attraversando danza, parole e proiezioni video, e spaziando tra le musiche di Adolphe Adam, Tomat, kwajbasket, Patti Smith e Allen Ginsberg e Queen, il solista esplora aspetti della vita da danzatore, e le rivoluzioni che un corpo conosce quando messo sotto i riflettori.

A solo in the spotlight, di Vittorio Pagani

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