Talento irregolare della nostra drammaturgia, partito da una sua scrittura per la scena operata mischiando dialetti di immigrati meridionali in Piemonte, Antonio Tarantino, scomparso due anni fa, costruisce, per empatia, personaggi emarginati, sempre borderline, verso i quali nutre una umanissima pietas. Ex pittore autodidatta, arrivato alla scrittura teatrale a soli 50 anni ma in modo esplosivo, viscerale, fortemente etico, spesso politico, il drammaturgo torinese, ma originario di Bolzano, si caratterizza per un fiume di parole da far scorrere nelle sue pièce, che diventa un fiotto musicale. Nei suoi personaggi c’è sempre una ferita che si svela dietro l’apparente vacuità dei loro discorsi, ma soprattutto la logorrea, l’irrefrenabile smania di parlare. Parlano per rabbia, per un estremo tentativo di riaffermare la propria residua dignità, o per un’inestinguibile vitalità.
Ecco allora che in “Barabba”, il protagonista, nell’ultima notte in carcere prima di essere crocifisso, “sputa” fuori il bisogno di salvezza, di redenzione, quella che, dopo aver deriso e insultato il “gesùbarabba” che porta il suo nome – letteralmente, in aramaico, “figlio del padre” –, gli farà dire: «Lui è morto e io sono stato amnistiato: non mi prudono più le mani… Ma se lui mi ha assicurato che me la caverò allora vuol dire che ci devo credere perché è venuto qualcuno che mi ha voluto bene. Roba da matti». Si deve alla regista Teresa Ludovico e alla sua passione e frequentazione dell’opera di Tarantino (suoi gli allestimenti di “La casa di Ramallah”, “Namur”, “Cara Medea” e “Piccola Antigone”) la messinscena di questo testo inedito della produzione dello scrittore (debutto nazionale al Teatro Kismet di Bari).
Già nei “Quattro atti profani” degli anni Novanta, tetralogia di sacre rappresentazioni attualizzate, i racconti di personaggi emarginati stazionavano su un Golgota di una periferia metropolitana, emblema di una Via Crucis, dando vita a sgomentati frammenti dove ragione e sentimento, realtà e follia si fondevano. Schegge che ritroviamo anche in “Barabba”, testo datato 2010.
Ambientata in una degradata Palestina che diventa luogo geografico di una malavitosa e odierna Gomorra, la pièce, costruita in parallelo alla Passione di Cristo, ci presenta Barabba – un piccolo malvivente incarcerato per aver provocato una rivolta in cui muore un soldato romano – che, in attesa di essere liberato e graziato, diventa accidentale testimone della insensata condanna e martirio di Gesù. Nel frattempo avrà dato fiato a una lunga invettiva contro il potere, e avrà palesato, nel magma delirante dell’irriverente sproloquio che segue, la sua ricerca della verità di essere umano.
Tra idiomi dialettali di un Sud italico e ironici toni imitativi d’avanspettacolo, di citazioni e versi che rimandano a figure del nostro immaginario di politici e dittatori, denunciando grottescamente leggi e riforme non applicate, i suoi interrogativi e le contestazioni di una condizione sociale ed esistenziale si manifestano a ritmo di rap, di intonazioni neomelodiche, di sconquassi del corpo sudaticcio, di suoni e voci in lontananza catturate anche dal film di Mel Gibson “The Passion”.
Stretto fra tubi, scale e botole dentro un’impalcatura metallica che si estende in altezza – una vertiginosa torre-prigione, fisica e dell’anima, firmata da Vincent Longuemare -, rispondendo, a tratti, agli squilli di un telefono posto in cima, interpellato da una misteriosa divinità in carne e ossa, il protagonista sale e scende passando dalla quasi nudità a una graduale vestizione in vista della scarcerazione, segnando anche il passaggio della consapevolezza e dello sgomento davanti alla grazia.
Ed è di potente fisicità e bravura l’attore napoletano Michele Schiano Di Cola che con la sua progressiva e irrefrenabile carica emotiva ci mostra l’uomo così com’è: miserabile e grandissimo, disgustoso e tenero, degno di “pietas” perché condannato a vivere quella Passione quotidiana che in Tarantino, al contrario di Giovanni Testori, è laica.
Dopo il debutto nazionale al Teatro Kismet, produzione Teatri di Bari, lo spettacolo sarà in tournée al Teatro Ghirelli di Salerno (19 e 20 gennaio 2023), al Nest di Napoli (21 e 22 gennaio) e ai Teatri di Vita di Bologna (dal 24 al 26 gennaio).
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