Categorie: Teatro

La reginetta di Leenane: piccoli gesti domestici d’amore e crudeltà, in scena al Parenti di Milano

di - 4 Novembre 2025

C’è una casa che sa di tè, Meritene, porridge e umidità. È la cucina della Reginetta di Leenane, sperduta tra le colline irlandesi dove il tempo si è fermato. Lì, una madre e una figlia si consumano dentro un amore tossico, tra parole trattenute e taglienti, silenzi, ricatti e piccoli rancori quotidiani. Sul palco del Teatro Franco Parenti di Milano, Raphael Tobia Vogel firma una regia curata e puntuale, che dosa tensione e compassione con una precisione sartoriale. Lo humour nero di Martin McDonagh – autore di Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli spiriti dell’isola – si fa teatro d’altissima temperatura emotiva, un equilibrio fragile tra ironia e disperazione.

Protagoniste assolute sono Ivana Monti e Ambra Angiolini. Monti, divina, colonna portante del teatro italiano, scolpisce una madre fragile e manipolatrice con una verità quasi spietata. Angiolini le regge il passo con sensualità e un’intensità sorprendente, restituendo una figlia aspra e vulnerabile, prigioniera del proprio desiderio di fuga. Insieme creano una chimica scenica irresistibile, fatta di sguardi e sarcasmo, di risate che diventano ferite: vederle condividere la scena è già uno spettacolo.

«Ma tanto tu non muori mai, compirai cent’anni pur di farmi un dispetto», sibila la figlia alla madre in una delle tante battute feroci che diventano lessico familiare. È il cuore del dramma di McDonagh: la violenza che diventa affetto senza neppure mascherarsi, la famiglia che diventa trappola, la casa che si fa tomba. Eppure, tra i colpi bassi e i rancori, scorre un’ironia feroce e lucidissima: madre e figlia si feriscono ridendo, e in quelle risate c’è tutta la loro disperata vitalità.

Accanto a queste due splendide interpreti femminili, Stefano Annoni ed Edoardo Rivoira regalano respiro e accompagnano l’ironia poetica di un testo densissimo, portando sul palco la leggerezza necessaria per non cedere al buio. Annoni, in particolare, bravissimo e carismatico, trova un equilibrio preciso tra la rudezza del suo personaggio, la dolcezza e la poesia.

La scenografia di Angelo Linzalata è essenziale ma potentemente evocativa: una finestra sulla fioca luce dei campi umidi, una croce sul muro, il fuoco che scalda e brucia segreti, lavandini maleodoranti e tazze di tè e pacchetti di Tuc in perenne movimento. Le luci di Oscar Frosio modellano lo spazio come una mente in tempesta, trasformando la cucina in una mappa della memoria.

Il finale è un colpo al cuore: la figlia diventa la madre, l’ossessione sopravvive. Non c’è catarsi, ma una malinconia che resta addosso come una condanna dolce-amara.

La reginetta di Leenane è un ritratto feroce e poetico della dipendenza affettiva, un dramma domestico che parla con voce contemporanea delle prigioni invisibili dell’amore familiare. Vogel lo dirige con intelligenza e misura, e il cast ne fa uno dei momenti più intensi della stagione al Parenti, un piccolo gioiello di crudeltà domestica e poesia contemporanea

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