Il tavolo dello scrittore e dell’artista, dell’artefice e del sognatore, del visionario e del realista, è molto sottile, poco più di un velo, di un foglio, di una superficie. Il ripiano è ingombro di oggetti di varia forma e di diversi volumi, alcuni trasparenti, contengono liquidi, altri invece danno fuoco alle cose che, da un lato, diventano fumo da inalare, dall’altro, cenere da spargere. La scena di “The night writer. Giornale Notturno”, spettacolo scritto dall’artista belga Jan Fabre e in scena dal 18 al 20 marzo al Teatro Sannazaro di Napoli, è più simile a un’installazione che a una scenografia, più plastica e scultorea che performativa. Anche se il protagonista – che per una coraggiosa o sfrontata scommessa di Fabre è egli stesso, artista giovane e rampante, tra gli anni ’70 e i ’90, tra Anversa e New York – la vive visceralmente, abitando la scena come l’interno del proprio corpo, in una sorta di protesi delle membra dell’attore/individuo, perfettamente ritratto nell’interpretazione da Lino Musella in tutte le sue rapidissime, acute, improvvise introspezioni ed estroflessioni. Le mani sfogliano con concitazione le pagine dei diari scritti di notte da Fabre su un arco temporale decennale, la voce legge, commenta o dissacra ciò che è avvenuto di giorno, arrochita dalle sigarette di marca rigorosamente belga, il naso umido, il ventre teso, le vene del collo nelle quali scorre l’oro vivo. Preziosissima la vita, altrettanto irraggiungibile la morte. D’altra parte, è questa fortissima presenza della fisicità portata allo stremo delle forze e delle tensioni, tra anatomia e decomposizione, a caratterizzare le pièce di Fabre, messe in opera con la sua compagnia Troubleyn. Ma se in quelle (Belgian Rules / Belgium Rules, Mount Olympus, solo per citarne alcune) la narrazione esplode tra rivoli di azioni e parole, incarnate da un amplissimo “coro” composito di performer, qui il filo è ben scandito tanto dall’intestazione suggestiva e puntuale delle date, che non rispettando una cronologia lineare pure scandiscono l’orizzonte diaristico degli eventi, quanto dalla stessa scrittura. Che è privata, interiore, umbratile ma anche cronaca di fatti, incontri e tentativi, piccole torture e passioni fumantine, tutti rivissuti attraverso la lente di una poesia esasperata e spietata, eccessiva e lirica, esattamente come alcune sculture di Jan Fabre, attrattive e ripulsive, composte da migliaia di iridescenti corazze di insetti.
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