Sei la fine del mondo letteralmente
Arriva l’estate e con lei la stagione dei festival per antonomasia. Su exibart vi portiamo alla scoperta di alcune delle manifestazioni dedicate allo spettacolo dal vivo più curiose e interessanti sulla scena nazionale, parlandone con direttrici e direttori (qui tutte le puntate). Oggi abbiamo intervistato Luca Ricci, direttore artistico di Kilowatt Festival, il festival che da 18 anni dà la parola al pubblico in un processo di partecipazione e co-organizzazione: la prossima edizione si svolgerà a Sansepolcro, dal 12 al 20 luglio 2024.
Contengo Moltitudini è il tema di quest’anno. Che cosa vuol dire?
«In ognuno di noi convivono molti sé: la molteplicità porta alla contraddizione che è la capacità di accogliere punti di vista diversi, dentro e fuori di noi. Non siamo, però, solo ciò che il nostro corpo delimita. Facciamo parte di una vasta moltitudine formata da esseri umani, animali e vegetali, e dalla Terra che accoglie ogni specie. Dobbiamo quindi fare lo sforzo di aprirci alle differenze, andare verso tutto quello che non siamo noi, che è diverso da noi, per raccontarlo e accoglierlo».
Come si declina questa visione nel programma di quest’anno?
«Come sempre proponiamo un programma molto eclettico, non c’è una sezione dedicata a un linguaggio specifico, perché la nostra linea è sempre stata quella di essere larghi. Nella stessa giornata può esserci danza, teatro, musica e performance per lasciare libero lo spettatore di tracciare i propri fili di connessione in ciò che vede».
Dopo due anni a Cortona si torna a Sansepolcro…
«Ci eravamo allargati dopo una tensione con l’amministrazione di Sansepolcro. Il rapporto con Cortona è stato fin da subito ottimo: ha accolto questa sfida investendo più di quanto fosse stato fatto in precedenza. Ma da un punto di vista organizzativo voleva dire per noi gestire due festival. Abbiamo quindi deciso di tornare a Sansepolcro, approfittando del cambio giunta e provando ad attivare una serie di collaborazioni locali».
Una delle peculiarità di Kilowatt sono i Visionari. Esistono ancora?
«Godono di ottima salute! Da novembre ad aprile tutte le settimane in 44 si sono visti e hanno discusso di teatro contemporaneo, di danza contemporanea, scegliendo alla fine 9 spettacoli dei 60 in cartellone».
Ma tu segui questo processo?
«Volutamente cerco di non andare, perché poi mi chiedono consigli, commenti…E invece vogliamo promuovere anche un senso di responsabilità, di autonomia in questi spettatori che scelgono un pezzo di programma del festival».
Ma chi sono?
«Dalle anziane signore pensionate che non hanno di meglio da fare a ventenni curiosi, è un gruppo eterogeneo. Ci sono anche storie personali molto diverse ed è davvero uno spaccato di società locale piuttosto rappresentativa…».
Quale sarà il futuro di questi Visionari?
«Il progetto dei Visionari ha innescato altri progetti, con le scuole o con diverse comunità, sempre con l’idea di lasciare la scelta agli spettatori».
È ancora una delle caratteristiche che differenzia il festival?
«Sicuramente i Visionari sono stati un modello, primo nel suo genere, che ha dettato anche uno stile negli studi sul coinvolgimento del pubblico, anche a livello statistico nazionale. Un atteggiamento che segna un cambio di rotta dalla direzione verticistica a una più orizzontale, che presta attenzione a cosa vuole il suo territorio, per alzare l’asticella della consapevolezze e aprire un dialogo».
Cosa non può mancare nello zaino di chi viene a Kilowatt?
«Un paio di scarpe comode, perché c’è molto da muoversi, e tanta curiosità perché come dico a chi mi consiglia cosa vedere “che le vostre giornate siano piene di benefiche contraddizioni e di una gioiosa moltitudine di incontri e di scambi”».
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