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fino al 10.IV.2010 | Iran diVerso | Torino, Verso Arte Contemporanea

di - 6 Aprile 2010

La storia dell’Iran è lambita da violenze, come del resto
quella del mondo. Gli artisti iraniani non restano passivi innanzi al tragico,
ma denunciano con la voce dell’estetica. Il bianco e il nero svelano
innumerevoli sfumature, luci e ombre che descrivono la realtĂ  raccontata
attraverso un’intensa narrazione.
L’opera di Jinoos Taghizadeh è una pagina di cronaca. Le icone
dei martiri raffigurate celano volti di persone che hanno subito torture. Il
dittico Statement
di Fereydoun Ave
rievoca il simbolo taoista degli opposti e al contempo il movimento delle onde
concentriche prodotte da una goccia. Due sistemi biologici a confronto, nel
loro delicato equilibrio.

Le raffigurazioni di Ala Dehghan vibrano su semplici stralci di
carta quadrettata. Disegni infantili, che racchiudono nel loro tratto
l’angoscia di un’umanità violata.
Parastou Forouhar, in Black is my Name White is my Name, si esprime con i canoni della
Gestalt. Narra la tragicità dell’assassinio dei suoi genitori, avvenuto a Teheran
nel 1988. Da una texure di occhi, fissità dell’introspezione, si evince la
sagoma di una figura maschile, che si contorce nell’amara sofferenza.
Un’analoga raffigurazione ritrae una donna colta nella medesima tragedia. Sullo
sfondo, sugli abiti, pistole. Entrambi i soggetti hanno i polsi e le caviglie
legati, gli occhi coperti.
La voce di Barbad Golshiri è intrisa dell’eco delle parole
del padre, affermato scrittore iraniano. Sorprende l’installazione The
Distribution of the Sacred System
, grande rotolo nero, come quello delle preghiere, dove
nelle pieghe è però impressa una precisa denuncia contro atroci soprusi. Nel
video What has befallen us, Barbad? l’artista agisce su sé attraverso il taglio dei capelli.
Un movimento meccanico e metodico, spirituale e corporeo. Le ciocche che cadono
al suolo creano un arabesco. Nei frame di The Winding Horse di Arash Hanadei il fluire immaginifico appare
casuale. Un carro armato, un cavallo a corda, il comando subito, l’aspro
significato di una denuncia. L’installazione Do you see me? di Sahand Hesamiyan è realizzata con lampadine la cui
luminescenza rimane imprigionata nell’argenteo colore.

Disposte nella forma del
carattere braille, pongono l’attenzione sulle vittime di guerra divenute
disabili. Tra queste anche il padre dell’artista. Il titolo dell’opera è
provocatorio e sottende all’incapacità umana del non voler vedere.
Nelle sue immagini, Newsha Tavakolian compare riflessa in trasparenza
con la macchina fotografica, osservatrice e interprete di un processo di
vestizione. Fatemeh Fakhraiemanesch ridisegna un intero album di fotografie: alcuni soggetti
sono appena abbozzati, scomparsi. I fiori di seta, tipiche creazioni delle
donne iraniane, vengono rivisitati da Amir Mobed, che propone delle rose nere con
al centro un pugno bianco. Sono 31, come gli anni della Rivoluzione.
Lascia uno spazio vuoto l’opera di Hadi Tabatabai, rimasta in dogana. Si sarebbe
trattato di un libro pop up, come quello dei bambini in cui sono racchiuse
fantastiche storie. Al suo interno però avrebbe dovuto comparire un carcere.


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Verso
Artecontemporanea

Via Pesaro, 22 (zona Rondò della Forca) – 10152 Torino
Orario: da martedì a sabato ore 15-19
Ingresso libero
Catalogo disponibile
Info: tel. +39 0114368593; fax +39 0114627757; info@versoartecontemporanea.com; www.versoartecontemporanea.com

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