Il titolo di questa mostra è ispirato a notissimo film di Lawrence Kasdan Il Grande Freddo,. Curata da Luca Beatrice, la collettiva intende sondare quella sorta di territorio di confine che si delinea tra due epoche: quella delle grandi utopie degli anni sessanta e settanta e quella successiva degli anni ottanta e novanta, nella cui atmosfera l’arte di oggi in gran parte ancora si muove.
Sono presenti i lavori di 27 artisti, tutti ampiamente noti in ambito internazionale: Stefano Arienti, Salvatore Astore, Ross Bleckner, Loris Cecchini, Christo, Larry Clark, Jan Davenport, Vincent Gallo, Nan Goldin, Felix Gonzales Torres, Peter Halley, Alex Katz, Jason Martin, Ryan Mendoza, Maurizio Nannucci, Denis Oppenheim, Blinky Palermo, Gianni Piacentino, James Reilly, Gerard Richter, Thomas Ruff, Mario Schifano, Michael Scott, Haim Steinback, Wolfgang Tillmans e Francesca
Come avveniva nel film di Kasdan, anche qui l’idea è di fissare una sorta di appuntamento in cui antichi ipotetici compagni di viaggio e di esperienze si ritrovano per confrontare idee, percorsi compiuti, delusioni e fallimenti. Le opere in mostra non sono quindi riunite da un unico filo conduttore tematico chiaramente definito, ma rispondono, in certo senso, a una comune domanda, concatenandosi secondo una suggestione emotiva più che a un tema o a un argomento rigidamente teorico. La sensazione, in cui giace la forza stessa delle opere, è quella di un malessere generalizzato: che da adito, nel lavoro di ciascun artista, alla ricerca di nuove vie artisticamente e stilisticamente percorribili, pur se condotta con l’atteggiamento un po’ disincantato e ironico di chi ha perso la fede nei grandi movimenti storici.
Questo sentimento riguarda ogni ambito esistenziale, dal rapporto agli altri al genere autobiografico e via di questo passo. Così dalle piazze e dai grandi movimenti sociali, l’occhio degli artisti conduce progressivamente la propria attenzione sull’ambito del privato: si pensi in questo senso, ad esempio, ai lavori di Francesca Woodman, a Tillmans o a Nan Goldin.
Il panorama che ne emerge testimonia insomma come, nel corso degli anni ottanta e novanta, si sia assistito ad eventi di portata epocale: il crollo delle ideologie, la nascita di nuove e sconosciute paure (prima fra tutte quella dell’aids) e di molte altre nuove realtà esistenziali e culturali, hanno marcato profondamente le manifestazioni artistiche coeve. Alla fine, la transizione che ha condotto dagli anni sessanta ad oggi si configura, a grandi, linee nei termini del passaggio dalla modernità al postmoderno.
La domanda che ne segue è se lo scenario così delineato, con tutte le riflessioni che operazioni come questa sollecitano, costituiscano a loro volta un piano di riferimento già superato o superabile. In altre parole, osservando i lavori in mostra, è anche e soprattutto lecito chiedersi in che senso oggi le nuovissime generazioni si pongano a confronto con i loro disincantati fratelli maggiori.
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Maria Cristina Strati
visitata mercoledì 22 maggio 2002
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