Un edificio, un tempo adibito a fabbrica, con un cortile interno. Alcuni gradini e si accede alla galleria, attraverso un breve ingresso intonacato bianco. Flavio Favelli ( Bologna, 1967) cambia i connotati dell’ambiente e ricostruisce uno spazio interiore ”una tomba, ma da vivo, una vera e propira casa”, luce e buio inclusi.
Plafoniere al neon, realizzate dall’artista, illuminano trasversalmente le opere. Sono ingombranti assemblaggi di legni, piastrelle, specchi, guarnizioni arredative, sedie, coperti da tinte pacate ed evocative. Oggetti/sculture claudicanti ma ossessivamente ordinati nella loro frammentata aggregazione. Rifugi e archivi della memoria, condensazioni di vissuto riconoscibili solo attraverso un incontro fisico, diretto.
Poi il percorso si distende e l’emozione, l’attesa compressa, si placa nella pausa della grande stanza terminale, di cui Favelli esplicita l’essenza. Niente di rassicurante. A terra tappeti persiani tagliati a pezze e ricuciti accostando tessiture contrastanti. Poi un grande letto-piedistallo e, al centro, un portale incoronato da una balaustra verniciata. La soglia è sottolineata da un fragile cancello semiaperto. Due montanti e un architrave, simmetrici solo in apparenza: a terra, nasce dal buio una protesi lignea che abbraccia il pilastro, e porta un rubinetto. Forse uno spiraglio attraverso cui la linfa vitale può scorrere per sgorgare al di là del margine segnato.
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Una mostra davvero stupenda: semplicità e calore. una vera casa!
COMPLIMENTI FLAVIO!!!!