Con forza e determinazione Enrico Iuliano si è impadronito dello spazio. Uno spazio che per anni ha cercato di misurare e schematizzare attraverso gli strumenti della fisica classica e dell’ingegno, in sintonia con un’accurata ricerca dell’equilibrio tra i fattori essenziali della struttura dell’opera. Il passaggio dallo studio analitico della composizione degli elementi, che caratterizzava l’unità spazio temporale dei primi lavori, al risultato attuale, è dato da un processo che trova nella realtà degli oggetti ricreati la risposta al percorso delle parti che li costituiscono. Concetto che trova una sua legittimità qualora si consideri che l’artista procede impadronendosi di una “cosa” e trasformandola in un corpo pulsante di energia, con tanto di ciclo vitale che ne attraversa le parti metalliche.
Lo spazio è dominato, dunque. Iuliano si serve di carrozzerie di veicoli ingombranti -dalla ondeggiante e simbolica Vespa alla tondeggiante e mitica Cinquecento con un “portapacchi” speciale- e togliendo la vernice, ripulendo e plasmando ogni parte, purifica il metallo giungendo ad ottenere, attraverso l’archetipo del modello, la sostanza alla base dell’oggetto. È come se grattando la superficie riuscisse a rimuovere gli strati dell’ordinario per riscoprire un’essenza brillante. Essenza che si identifica, nel caso dei veicoli citati, con la loro aura a livello universale, oltre che con la storia del singolo e dell’artista a livello individuale. Dopo questa lavorazione si passa ad animare la materia inerte, inserendo un sistema idraulico che consente ad un liquido rosso, per la precisione un colorante scarlatto ponceau, inconfondibile e sempre lo stesso per tutte le composizioni, di scorrere e sgorgare in piccoli flussi dagli elementi inseriti nella struttura -secchi argentei o fiaschi in vetro- e continuare il ciclo confluendo in vasche di lamiera zincata. Veri specchi luminosi che regalano al grigio del metallo freddi riflessi scarlatti.
Anche in questi ultimi lavori ritorna e imperversa l’elegante sagoma del pennino che in Nuovi appunti di un viaggio è protagonista indiscusso della composizione. Di grandi dimensioni applicato sul retro della Vespa traccia un continuo e fluido scritto, il messaggio scorre sostenuto dal movimento del veicolo, si perde nella vasca e continua il suo viaggio all’interno del sistema per ritornare ad illuminare la parete e ad indicare il cammino. Non si possono cancellare le sensazioni vissute così come è impossibile disfarsi di un bagaglio importante anche se ingombrante, se colmo di parole sottolineate col “rosso”.
Alle pareti continua la ricerca di un equilibrio attraverso la presentazione di “quadri” costruiti con solidi in acciaio estremamente semplificati -una sintesi razionalista- finalizzati a riformulare il contenitore dell’inchiostro e a far riposare il pennino che idealmente non smette mai di ricevere la materia prima per continuare a produrre il segno che lo identifica. La stessa attenzione per un design estremamente elegante e minimalista si ritrova nel tavolo che ingloba il liquido specchio scarlatto e raccoglie intorno a sé i protagonisti del racconto.
barbara reale
mostra visitata il 24 novembre 2006
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