Il motivo principale dell’interesse suscitato dalla collettiva curata da Marco Tagliaferro è la scelta del luogo. Senza nulla togliere agli artisti, va sottolineato che la scelta di un palazzo un tempo adibito a luogo della produzione nel cosiddetto terzo settore è senz’altro interessante. Pur non essendo una novità assoluta, l’indagine che verte su quelle aree compie un passo in avanti rispetto all’ormai abusata quanto scenografica utilizzazione delle archeologie industriali.
Dunque, dove in un tempo non troppo remoto si accalcavano file di cittadini sbuffanti e fluivano placidamente proverbiali burocrazie di “statali, parastatali e affini”, come avrebbe detto Gaber, per un mese si insediano una quindicina di giovani artisti. Ai quali non sono però state commissionate opere ad hoc, fatta eccezione soprattutto per l’installazione di Marco Magni, una sorta di guest star della collettiva. Un limite dettato dal budget e che, pur non inficiando la riuscita della mostra, ne riduce l’impatto potenziale. Una delle conseguenze è il prevalere della suggestione dei luoghi su molte delle opere, tanto più queste ultime dimostrano di essere
Nel caveau è installato Nighiri Sushi Prize (2006) di Marco Magni. Nel freddo spazio ipogeo, varcata la soglia custodita da un’imponente blindatura, saltano agi occhi due piastre circolari rosse, riscaldate a 37 gradi, ossia alla media della temperatura corporea umana. Sulla parete di fondo, su una piccola mensola, due modellini di sedute Vitra, sulle quali riposano altrettanti bocconi di sushi in cera. Stereotipi a confronto, che per effetto del calore umano si potranno fondere? Daranno origine a uno stereotipo globalizzato oppure a una transculturalità meno standardizzata? Domande stimolate da un lavoro di indubbia eleganza formale, che senz’altro giustificano la sua collocazione privilegiata, dove il cortocircuito è tutto interno all’opera e non causato dalla interferenza fra lavori differenti, come talora accade al piano superiore.
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