Sfondare le porte chiuse del disagio per potersi accostare a chi si nasconde dietro le pareti del proprio dolore. Irrompere nella solitudine forzata che la malattia impone per riprendersi quella parte di essere troppo a lungo dimenticata. Utilizzando gli strumenti dell’arte, animale sociale per eccellenza, in grado di lenire gli strappi dell’anima per il solo fatto di parlarne. Magari nel buio di una camera oscura, allestita proprio all’interno di un percorso di cura e riabilitazione di persone affette da “doppia patologia” (tossicodipendenza associata a disturbo psichiatrico), per liberarne dal torpore l’interesse e la fantasia.
Tutto ha inizio nel 2005, quando Monica Carocci (Roma, 1966; vive a Torino) viene invitata ad organizzare un laboratorio di fotografia dall’associazione Fermata d’Autobus di Torino, fondata dalla dottoressa Raffaella Bortino per curare e sostenere persone che soffrono di patologie psichiatriche e tossicologiche. “Abbiamo portato avanti un laboratorio, con leggerezza e impegno –dice la Carocci- sarà che dall’inizio abbiamo cominciato a giocare, sarà che le foto di gruppo come per magia sembravano copertine di vecchi LP, che queste vite intense attraverso la mia nikon regalavano generosamente storie ed emozioni”. Fatto sta che il risultato finale ha tutto il sapore d’antan di un’operazione artigianale, ma d
Già, perché questo lavoro durato un anno sì è concretizzato in un calendario a tiratura limitata (450 copie numerate), di cui solo 150 firmate dall’autrice e in distribuzione gratuita all’interno dell’associazione terapeutica torinese (a discrezione dei diretti interessati). Un progetto ora in mostra nel nuovo spazio Quarter Relocated, dedicato appunto ai format di progetti per arte contemporanea che, dopo Firenze, ha scelto di riprodursi a Torino, da sempre laboratorio di sperimentazione artistica.
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claudia giraud
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la mostra di monica era davvero unica, un evento ben strutturato e socialmente educativo, congratulazioni!