La mostra di Alfonso Bonavita (Amantea, Cosenza 1962. Vive a Genova) presenta una ventina di opere recenti, in particolare un lavoro del 2000 e altri venti datati 2003-2004.
Ciò che in prima battuta si nota è la cultura di Bonavita, che accompagna il verso delle sue tele con citazioni tratte da autori come Morin e Weber, coniugando un approccio metafisico e morale che lo distingue nettamente dalla maggior parte degli artisti (italiani) contemporanei.
(Se-lezione) uscita (2003) adotta una prospettiva “acuta” che mostra in primo piano i piedi scalzi di un uomo trascinato per un braccio in una sorta di hall. Un enorme cartello indica l’uscita, accompagnato dall’eloquente gesto di un’altra figura. Tutt’intorno, uomini in giacca e cravatta palesano una temibile indifferenza. In
Il magistrale utilizzo della prospettiva si ripropone in Passaggio per nord est (2003), ambientato nel corridoio di un treno i cui finestrini sono coperti da fogli di giornale, oppure in Squilibri (2004), dove ancora piedi e mani nude in primo piano sono in procinto di trascinare un corpo all’indietro per una scalinata, su uno sfondo digitale reso curvo e “grand’angolare” dalla vertigine della caduta. I soggetti sono sostanzialmente sempre i medesimi, in completo blu, privi di scarpe e statuari. Soggetti che tuttavia talvolta stupiscono per la loro agilità inattesa, come quando ne Il concetto di limite (2003) si producono in un passo a tre tempi danzante verso l’aldilà della tela. Questa stessa agilità è resa ancor più evidente nel “dittico” Fallimento individuale (2004) e Tentativo di resistere (2004): grazie all’inserto del filo metallico –discreto e al tempo stesso centrale nell’economia rappresentativa–, Bonavita mostra corpi giunonici cadere o aggrapparsi al senso di una vita che è ben poca cosa, che spoglia il soggetto di ogni peculiarità sin alla sua veste.
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