Sono mastodontiche le ultime esposizioni allestite alla galleria Mazzoleni. La retrospettiva di Alberto Burri ha segnato una tappa importante nella sua ricezione italiana, tanto che in contemporanea, a Città di Castello, la Fondazione Burri ne mostrava l’opera grafica, in un pendant memorabile. Ebbene, dopo pochi mesi, la medesima galleria allestisce, sempre a cura di Alberto Fiz, un’antologica di Salvo (Salvatore Mangione. Leonforte, Enna 1947. Vive a Torino). Circa sessanta opere, distribuite nell’arco degli ultimi trent’anni e affabulanti i tre piani dello spazio torinese.
Ora, alcuni critici hanno parlato di una componente naif nell’opera di Salvo. Ma ciò significa fermarsi a un livello di analisi assolutamente superficiale. Alberto Fiz si spinge assai oltre, citando l’“esserci naturale degli oggetti” di Roland Barthes. Ma forse si potrebbe dire ancor più, cogliendo nel lavoro di Salvo una peculiarissima riduzione fenomenologica di sapore husserliano, che tuttavia non si ferma al momento di espoliazione, bensì raggiunge in alcune tele l’ascesi noetica e formale che talora si è proprio rimproverata a Edmund Husserl. Guardando alla versione più estesa de La città (2003), si scorgerà un notturno urbano deserto, epurato da ogni presenza umana e da ogni dettaglio. Ciò non significa che siano solo forme astratte, al contrario sono visibili ben tre alberi e altrettanti lampioni che emanano una potente luce gialla. Ma, per sostanziare quel che si diceva del movimento ascendente di Salvo, bisognerà farsi affascinare dai tre parallelepipedi che galleggiano nell’aria, sospesi nella loro luce
azzurra, lilla e rosa salmone. Nel momento in cui si spegneranno le lampade della sala espositiva, lasciando filtrare solo qualche bagliore dagli spazi attigui, il visitatore potrà farsi catturare dalla capacità di Salvo di trasferire la fonte luminosa direttamente sulla tela, una vera e propria magia cromatica che testimonia del procedere cauto della scoperta degli oggetti. Questo trattamento della luce è magnificamente esemplarizzato in altri lavori, come Il villaggio (2002), ove al fascio emesso da due lampioni si unisce la lattea luminescenza emessa da una luna bianchissima, oppure Senza titolo (1986), in cui le fonti di luce sono disseminate in maniera più caotica in un budello metropolitano che perde progressivamente ogni riferimento all’urbanità, assumendo la dimensione di puro studio cromo-fotonico.
Fra i lavori meno recenti, si possono citare le nuvole incombenti dalla terra ne La valle (1997), importante studio di compenetrazione delle forme, nonché la purezza alla Carroll di Cavalcavia, studio su tavola dai colori chiari e dalle forme minimali.
In chiusura, un cenno almeno alla presenza di alcuni disegni e di un paio di lavori eseguiti su carta di giornale, nonché dell’enorme Trionfo di San Giorgio – da Carpaccio (1974), lavoro enigmatico che si estende in lunghezza per oltre sette metri e mezzo.
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